I colori di Adam F: alla scoperta della drum & bass e delle avventure sonore

I colori di Adam F: alla scoperta della drum & bass e delle avventure sonore

Di Rafi Mercer

Ogni ascoltatore vive momenti in cui si apre davanti a sé un mondo completamente nuovo. Per me, uno di quei momenti è arrivato con la drum and bass. Fino ad allora, ne avevo solo sfiorato i confini: un po’ di jungle sentita di sfuggita, qualche frammento nei locali, ritmi che mi sembravano intensi ma che non avevano ancora trovato posto nella mia collezione. Poi è arrivato *Colours* di Adam F. È stato quel disco a coinvolgermi completamente.

Me lo ricordo ancora chiaramente: la prima volta che la puntina toccò il disco, quella sensazione di slancio che sembrava riorganizzare l’intera stanza. Non erano solo ritmi. Era un organismo vivente. L’album racchiudeva funk, jazz, immaginazione, l’energia irrequieta dei treni e dei viaggi, il battito di una città perennemente in movimento. All’epoca mi sembrava proprio la vita: che avanzava a scatti, a volte caotica, ma piena di possibilità. E soprattutto, c’era il funk. Non solo ritmo, ma groove. Un’energia spavalda e contagiosa che ti faceva sentire più alto anche solo stando lì in piedi nella stanza.

Ascoltavo “Colours” in modo ossessivo. Passavano settimane in cui il disco non si staccava quasi mai dal giradischi. Ogni brano era una via di fuga: “Music In My Mind” divenne l’inno dei mondi interiori, un promemoria del fatto che l’immaginazione era reale quanto qualsiasi cosa all’esterno. Altri brani sembravano colonne sonore di film non ancora realizzati: ampi, cinematografici, capaci di evocare spazi tanto quanto i ritmi. Chiudevo gli occhi e mi ritrovavo a viaggiare — non solo attraverso la mappa, ma attraverso stati d’animo, idee, futuri.

Ciò che mi ha colpito di più è stata la varietà. La drum and bass veniva spesso etichettata come musica inarrestabile, un fuoco a BPM elevati, ma *Colours* ha dimostrato che poteva essere giocosa, ariosa, funky. Un brano poteva sfrecciare come una locomotiva, quello successivo scivolare con fraseggi jazzistici, e quello dopo ancora brillare di elettronica futuristica. Non era solo musica per la pista da ballo; era un caleidoscopio, un atlante del suono.

Ed è per questo che mi è rimasto impresso. Proprio come il mio primo album di riferimento, *Blue Lines* dei Massive Attack, *Colours* di Adam F non si è limitato a intrattenermi: mi ha dato una nuova prospettiva. Ha cambiato il mio modo di ascoltare. All’improvviso, mi sono ritrovato a seguire una serie di fili conduttori: i viaggi atmosferici di LTJ Bukem, *Timeless* di Goldie, *New Forms* di Roni Size e dei Reprazent. Si è aperto un intero ecosistema, e ogni disco ha arricchito la storia. Ma *Colours* è rimasto il portale, quello che mi ha insegnato come ascoltare quel genere.

Ascoltandolo ora, con l’album rivisitato nel 2025, l’impatto non si è affievolito. Anzi, sembra addirittura più attuale. La produzione regge il confronto, le idee sono ancora frizzanti. Mi ricorda quanto fosse davvero audace quell’epoca della drum and bass: artisti che superavano i confini, senza paura di fondere jazz, funk, hip-hop ed elettronica. C’è una vitalità in quei groove che attraversa i decenni, fresca oggi in un salotto quanto lo era allora su una pista da ballo.

Ciò che “Colours” mi ha insegnato è che collezionare è una questione tanto di sensazioni quanto di suono. Un grande disco non si limita a farti scoprire nuovi stili o trucchi di produzione; ti mostra te stesso, o almeno la versione di te stesso che avevi bisogno di incontrare in quel momento. Alla fine degli anni ’90, la mia vita era irrequieta, all’insegna dell’esplorazione, piena di treni, viaggi e sperimentazioni. «Colours» mi è sembrato lo specchio di quel ritmo: non una colonna sonora imposta alla vita, ma la vita stessa incisa su vinile.

Ecco perché ci torno sempre e perché lo terrò sempre vicino a me. Ci sono dischi che si superano con il tempo. Altri, invece, crescono insieme a te. *Colours* appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Ogni ascolto offre ancora una via di fuga, accende ancora l’immaginazione, trasmette ancora quel senso di avventura. Rimane la prova che la musica non è solo intrattenimento: è l’architettura della memoria, una mappa dei luoghi in cui sei stato e di quelli in cui potresti andare.

Quindi sì, lo ammetto volentieri: per me la drum and bass inizia con Adam F. Senza quell’album, forse non mi sarei mai addentrato così a fondo nella ricchezza di questo genere. E anche adesso, con tutti gli altri dischi che ho collezionato, *Colours* rimane una pietra miliare — un promemoria del fatto che l’avventura sonora riguarda tanto lo spirito quanto i ritmi.


Rafi Mercer scrive degli spazi in cui la musica è protagonista. Per altre storie di Tracks & Tales, iscriviti qui oppure clicca qui per saperne di più.

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