Il fascino dell'usato
Di Amelia Fairfax
Nel mio guardaroba c’è una giacca di jeans Levi’s dalla quale non mi separerò mai. Sbiadita sui gomiti, ammorbidita sulle cuciture, porta con sé una vita precedente alla mia. Chiunque l’abbia indossata per primo le ha dato una storia che non conoscerò mai, e mi piace l’idea di aggiungere un altro capitolo a quella storia. È questa la verità dei capi di seconda mano: i vestiti sanno già come vivere.
Ormai lo vedo ovunque. Un trench Burberry annodato con disinvoltura sopra una felpa con cappuccio a Brick Lane, con la fodera sfilacciata ma ancora maestosa. Un paio di Adidas Gazelle verde scuro che scivolano sulle piastrelle del Café 1001, consumate proprio nei punti giusti. Un maglione di Ralph Lauren avvistato da Spiritland, allargato ai polsini ma che conserva la sua forma come un ricordo. Non si tratta di capi nuovi di zecca. Sono indumenti ammorbiditi dal tempo, che recano i segni di vite ben vissute, ora intrecciate a quelle nuove.
Mi riporta indietro agli anni in cui lavoravo da Topshop. Non solo alle scale mobili di Oxford Street o alle vetrine di New York e Los Angeles, ma alla comunità di persone che ha reso possibile tutto ciò. Stilisti, esperti di marketing, creativi: un gruppo di professionisti dinamici e di talento che in qualche modo sono riusciti a cogliere l’energia del momento e a restituirla al mondo. Non si trattava tanto dei prodotti sugli scaffali, quanto piuttosto dello slancio, della comunità, della sensazione di far parte di qualcosa di più grande. Quando vedo l’ascesa del “pre-loved” oggi, mi sembra di sentire l’eco di quello stesso spirito: capi che passano di mano in mano e di vita in vita, portando avanti l’energia invece di lasciarla alle spalle.
La settimana scorsa mi sono infilato un bomber Diesel di seconda mano con una maglietta Adidas vintage e le mie fidate Gazelle, e sono finito allo Spiritland. Il DJ era immerso in un set che sembrava scolpito dalla memoria e dai dettagli. Intorno a me, la gente si lasciava avvolgere dal suono, con uno stile sobrio ma curato: un trench qui, una maglietta di una band là, niente di nuovo di zecca ma tutto indossato alla perfezione. In quella sala, nessuno si chiedeva di quale stagione fosse la tua giacca. Ciò che contava era come ti stava addosso. È questa la magia dell’usato: aggira la fame di “nuovo” e va dritta all’autenticità.
Londra sembra fatta apposta per questo. I mercatini di Portobello, i binari di Beyond Retro, le stradine di Camden dove Burberry si affianca a Nike e al vintage di Westwood. È una città che vive di stratificazioni: epoche, trame, storie accatastate come dischi in una cassa. Il “pre-loved” sembra il linguaggio naturale di questo posto: si va alla ricerca, si trova, si indossa, si passa ad altri. Ogni capo acquista nuova vita a ogni passaggio.
Il fascino dell’usato non sta solo nella sostenibilità o nel risparmio, anche se questi aspetti sono importanti. Sta nella sua presenza. Sta nell’entrare in un bar sapendo che la tua giacca ha già ballato in notti di cui non hai fatto parte, che le tue scarpe da ginnastica hanno calpestato altri marciapiedi, che la tua maglia ha riscaldato altre spalle. Quando li indossi, non indossi solo del tessuto: indossi un ricordo.
Ed è proprio questo che mi entusiasma di più. La moda non come una corsa verso il nuovo, ma come una staffetta: i vestiti che trasmettono energia da una persona all’altra, da una città all’altra, da un suono all’altro. Lo spirito collettivo che ho percepito nei miei anni da Topshop vive ancora qui, solo in forma più disinvolta, più libera, più aperta. L’usato non è più una scelta di ripiego. È il protagonista assoluto. E a Londra, con il suo mosaico di passato e presente, sembra proprio la cosa giusta.
— Amelia xx
Amelia Fairfax scrive di moda all’interno e all’esterno degli spazi dedicati all’ascolto. Per altre storie di Tracks & Tales, iscriviti qui oppure clicca qui per saperne di più.