Andrew Hill – Point of Departure (1964)
Di Rafi Mercer
I primi istanti di *Point of Departure* danno la sensazione di addentrarsi in una città poco prima dell’alba, con le strade ancora silenziose ma già animate da infinite possibilità. Il pianoforte di Andrew Hill disegna accordi che non sono né fissi né fluttuanti, dissonanti ma al tempo stesso invitanti: quel tipo di armonie che inducono l’orecchio a protendersi in avanti. Poi entrano gli ottoni e, all’improvviso, il panorama si fa immenso. Il sassofono contralto di Eric Dolphy è tagliente e spigoloso, il tenore di Joe Henderson si staglia con un filo fluido, la tromba di Kenny Dorham arde di limpidezza, il basso di Richard Davis fa da ancora con uno slancio irrequieto, e Tony Williams, che all’epoca aveva solo diciotto anni, esplode alla batteria con una libertà che smentisce la sua età. La musica si riversa in avanti non come una processione ordinata, ma come una conversazione irrequieta, ogni voce urgente, ogni gesto vivo.
Hill era entrato a far parte della Blue Note nei primi anni ’60, un periodo in cui l’etichetta stava definendo il jazz moderno con artisti come Herbie Hancock, Wayne Shorter e Jackie McLean. Eppure Hill si distingueva dagli altri. La sua scrittura era troppo obliqua per il mainstream, troppo strutturata per l’avanguardia libera. *Point of Departure*, registrato nel marzo 1964, rimane la sua opera più rappresentativa. Lo coglie in un momento in cui composizione e improvvisazione si fondevano, in cui i confini tra forma e libertà si confondevano in qualcosa di interamente suo. Non è un album che si canticchia al primo ascolto; è un album che si fa strada dentro di te, ricompensando chi è disposto a seguirne i sentieri.
Il brano di apertura, “Refuge”, si sviluppa su un terreno mutevole. Gli ottoni espongono un tema che appare al tempo stesso lirico e instabile, con frasi che salgono e scendono senza una chiara risoluzione. Gli assoli non emergono come voli di virtuosismo, ma come estensioni della composizione: Dolphy sfreccia tra gli intervalli, Henderson intreccia le linee con intensità fluida, Dorham è incisivo e assertivo. L’accompagnamento di Hill è frastagliato e scarso, non riempie mai lo spazio con accordi a blocchi ma lascia cadere frammenti che accendono nuove direzioni. Williams è sorprendente, la sua batteria è in continua evoluzione, i piatti schizzano, i colpi di rullante sono improvvisi, la grancassa punteggia con autorità. Lui non tiene il tempo; lo crea.
Segue “New Monastery”, un brano che sembra quasi architettonico. Il tema di Hill è spigoloso, come una scala a chiocciola che sale in modo imprevedibile, e l’ensemble lo esegue con una precisione che non fa che accentuare la sua stranezza. Le improvvisazioni sembrano esplorative: i musicisti girano intorno ai contorni del tema, ne mettono alla prova la resistenza, lo smontano e lo ricompongono. “Spectrum” è più luminoso: Henderson apre con un assolo che si dispiega come un nastro, mentre Dolphy risponde con balzi selvaggi che sfidano ogni prevedibilità. L’assolo di Hill è straordinario, con ritmi frastagliati che si scontrano con un improvviso lirismo, mentre il pianoforte suona al tempo stesso percussivo e tenero.
“Flight 19” è forse il brano più inquietante, un tema funebre che aleggia nell’aria, con il clarinetto basso di Dolphy che ringhia in sottofondo, Henderson e Dorham che si intrecciano attorno a lui, e il contrabbasso di Davis che suona note lunghe che accentuano l’atmosfera cupa. La musica non avanza tanto quanto sembra fluttuare, una processione tra le ombre. Il brano conclusivo “Dedication” torna al lirismo, un tema di struggente bellezza, suonato con moderazione e profondità. Qui Hill dimostra il suo talento nel comporre melodie che non sono né convenzionali né estranee, linee che rimangono impresse nella memoria senza rivelare esattamente il perché.
Su vinile, *Point of Departure* è una rivelazione. Il suono dello studio Van Gelder cattura ogni dettaglio: l’ancia di Dolphy che fende l’aria, il tenore di Henderson che risplende di risonanza, la tromba di Dorham penetrante ma calda, il pianoforte di Hill risonante nel registro medio, il basso di Davis corposo, i piatti di Williams che brillano in tutto il campo stereo. La musica sembra vicina, viva, imprevedibile. Suonata in un bar dedicato all’ascolto, ha un effetto trasformativo. Non calma né decora; rimodella l’atmosfera, trasformando la stanza in uno spazio di attenzione. Gli ascoltatori si chinano in avanti, le conversazioni si placano, il disco non richiede volume ma presenza.
Ciò che rende questo album intramontabile è il suo equilibrio tra rigore e audacia. Le composizioni di Hill sono accuratamente elaborate, con temi e armonie ben ponderati, eppure le improvvisazioni si scontrano costantemente con esse, alla ricerca di nuove direzioni. Il risultato è una tensione che non si risolve mai, un movimento in avanti che non giunge mai a destinazione, la sensazione di un viaggio senza meta. È una musica che sfugge a facili categorizzazioni: troppo complessa per essere musica di sottofondo, troppo lirica per essere astratta, troppo audace per essere tradizionale.
Per lo stesso Hill, *Point of Departure* rappresentò un punto di partenza. Avrebbe continuato a incidere per la Blue Note per tutti gli anni ’60, realizzando album che sono ancora oggi dei veri e propri classici di culto, ognuno dei quali portava la sua visione ancora più in là. Ma questo disco rimane quello più spesso citato, quello che incarna al meglio la sua genialità. Ci ricorda che il jazz degli anni ’60 non era solo libertà o groove, ma anche complessità, sfumature e ambiguità.
Ascoltare profondamente significa accettare la sfida che essa propone: lasciar andare le aspettative, permettere alla dissonanza di essere bella, confidare che la forma possa emergere dai frammenti. A più di mezzo secolo di distanza, suona ancora nuova, ancora sconvolge, ancora ispira. Nel rituale del “bar dell’ascolto”, *Point of Departure* diventa più di un disco. Diventa una meditazione sulla possibilità, un promemoria del fatto che la musica non deve necessariamente risolversi per avere importanza. A volte il punto non è l’arrivo, ma la partenza stessa.
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