Boards of Canada – Music Has the Right to Children (1998)
Di Rafi Mercer
La prima cosa che si nota è la consistenza: una coltre di fruscio da nastro, toni distorti, melodie che sembrano essere state lasciate troppo a lungo al sole. Poi arriva il ritmo: non levigato, non meccanico, ma ammorbidito, umano, come se fosse stato registrato su una videocassetta VHS consumata piuttosto che su apparecchiature digitali. Si tratta di *Music Has the Right to Children* dei Boards of Canada, pubblicato nel 1998, che rimane uno degli album più misteriosi, toccanti e intramontabili della musica elettronica.
I Boards of Canada — i fratelli Marcus Eoin e Michael Sandison — lavoravano in relativa oscurità in Scozia prima che questo disco uscisse per la Warp Records. Il loro sound era diverso da qualsiasi altra cosa presente nell’etichetta, che all’epoca era dominata dall’IDM dai contorni taglienti di artisti come Aphex Twin e Autechre. Mentre altri puntavano sulla complessità, i Boards of Canada si orientavano verso la nostalgia, l’imperfezione, la memoria. Utilizzavano sintetizzatori e campionatori non per costruire strutture futuristiche, ma per ricostruire il mondo sfocato dell’infanzia, dei jingle televisivi, dei documentari naturalistici e delle voci quasi dimenticate.
Il titolo dell’album ne rivela l’intento: i bambini e la memoria sono al centro. Eppure non si tratta di musica sentimentale. Non sono né ninne nanne né filastrocche. Evoca invece la sensazione della memoria — il modo in cui il ricordo è sempre parziale, distorto, venato di malinconia. Ascoltarlo è come sfogliare vecchie fotografie: volti familiari sfocati, colori sbiaditi, emozioni che indugiano senza chiarezza.
“Wildlife Analysis”, il breve brano di apertura, imposta il tono con una melodia tenue e un fruscio di sottofondo. Poi “An Eagle in Your Mind” entra in scena con un beat hip-hop polveroso e un drone che sembra protrarsi all’infinito. Il brano è ipnotico, evoca il viaggio — non veloce, non urgente, ma infinito, come guardare la campagna scorrere dal finestrino di un treno. “Turquoise Hexagon Sun” introduce frammenti melodici che brillano e si dissolvono, senza mai fondersi del tutto.
Il brano più famoso, “Roygbiv”, è ingannevolmente semplice: una breve linea di basso in loop, una melodia infantile, un groove che potrebbe quasi essere pop. Ma la sua brevità — meno di tre minuti — lo rende più simile a un barlume, a un ricordo che balena prima di svanire. «Aquarius» campiona la voce di un bambino che recita i mesi dell’anno, ma la ripete in loop fino a renderla inquietante, misteriosa. «Telephasic Workshop» sovrappone voci distorte a un beat che balbetta come un nastro difettoso. In tutto il disco, le voci vanno e vengono, spesso irriconoscibili, spesso inquietanti.
Ciò che rende *Music Has the Right to Children* così unico è l’uso della trama sonora. I Boards of Canada degradano deliberatamente i propri suoni: scordano i sintetizzatori, distorcono i nastri, aggiungono fruscii e crepitii. Queste imperfezioni diventano l’essenza stessa del disco. A differenza della precisione scintillante di gran parte della musica elettronica, questo album suona consumato, vissuto. Non parla del futuro; parla del passato, rifratto attraverso la tecnologia.
L’effetto è profondamente emozionante. Per alcuni, evoca direttamente l’infanzia: i filmetti scolastici, la televisione pubblica, i pomeriggi trascorsi davanti a schermi tremolanti. Per altri, evoca la memoria stessa, il modo in cui il passato è sempre distorto. In entrambi i casi, è profondamente umano. Non occorre conoscere i riferimenti per percepirlo. Chiunque può immergersi in quell’atmosfera e riconoscere quel senso di nostalgia, quello strano mix di conforto e disagio.
L’impatto culturale fu immediato. I critici lo acclamarono come un capolavoro e gli ascoltatori lo accolsero con entusiasmo non solo negli ambienti della musica elettronica, ma ben oltre. Ha influenzato il trip-hop, l’indie rock, l’ambient e persino i produttori hip-hop. Il suo senso dell’atmosfera — della musica intesa come ambiente, come stato d’animo — si è infiltrato da allora in innumerevoli opere. Eppure non è mai stato imitato con successo. La sua combinazione di calore, malinconia e stranezza è troppo specifica, troppo personale.
È importante sottolineare che *Music Has the Right to Children* trasmette un senso di inclusività. Non si presenta come un’opera virtuosistica o esclusiva. Le sue imperfezioni lo rendono accessibile, il suo calore lo rende accogliente. Sia per le donne che per gli uomini, sia per i collezionisti esperti che per i neofiti curiosi, offre un punto di accesso alla musica elettronica che è emotivo piuttosto che tecnico. Ci dice: non è necessario capire i sintetizzatori per provare queste emozioni. Basta solo ascoltare.
Sul vinile, le trame prendono vita. Il fruscio naturale della stampa si fonde con quello artificiale della musica, cancellando il confine tra supporto e composizione. Il calore della riproduzione analogica intensifica i bassi, rendendo i solchi quasi tangibili. Il gesto di girare il disco si adatta alla natura frammentaria dell’album: ogni lato è un insieme diverso di ricordi, scorci, stati d’animo.
Ciò che mantiene vivo questo album dopo oltre venticinque anni è il suo rifiuto della chiarezza. Non si spiega mai. I titoli sono enigmatici, le voci indistinte, le melodie fugaci. Eppure, proprio perché non si spiega, risuona dentro di noi. Rispecchia la memoria stessa: incompleta, fragile, ma potente. Ci ricorda che ascoltare non significa solo percepire il suono, ma anche ciò che il suono suscita in noi: sentimenti, immagini, frammenti di vite vissute.
I Boards of Canada possono sembrare enigmatici, si esibiscono raramente e parlano poco. Ma la loro musica parla chiaramente nel proprio linguaggio: nostalgico, evocativo, generoso. *Music Has the Right to Children* è più di un semplice disco. È un’atmosfera, una stanza in cui puoi entrare ogni volta che hai bisogno di ricordarti che l’ascolto non riguarda solo il presente, ma anche tutte le eco che risuonano dentro di noi.
Rafi Mercer scrive degli spazi in cui la musica è protagonista. Per altre storie da "Tracks & Tales", iscriviti, oppure clicca qui per saperne di più.