De La Soul – 3 Feet High and Rising (1989)

De La Soul – 3 Feet High and Rising (1989)

Di Rafi Mercer

La prima volta che ho tenuto tra le mani *3 Feet High and Rising*, la copertina stessa mi è sembrata un vero e proprio manifesto. Scarabocchi psichedelici, colori vivaci, una giocosità che si distingueva dall’estetica più dura e grigia dell’hip hop della fine degli anni ’80. All’epoca non sapevo quanto quella copia sarebbe diventata rara, né quante volte gli avvocati avrebbero cercato di eliminarla dalla circolazione. Sapevo solo che quel disco mi sembrava una porta che si apriva. E nel 1989, le porte erano importanti.

Già allora l’hip hop si stava frammentando: i Public Enemy costruivano muri di rumore e rabbia, gli N.W.A. raccontavano la realtà delle strade con furia ribelle, Eric B. & Rakim affinavano il minimalismo fino a trasformarlo in puro ritmo. I De La Soul, tre ragazzi di Long Island sotto la guida del produttore Prince Paul, scelsero un’altra strada. Crearono un collage sonoro così denso e malizioso che sembrava meno un disco e più un salotto pieno zeppo di idee, traboccante di voci prese in prestito, frammenti televisivi, stralci di lezioni di francese e riff rubati un po’ ovunque.

Il campionamento era già uno strumento in uso, ma *3 Feet High and Rising* lo ha trasformato in una forma d’arte. Ascoltate “The Magic Number”. Il loop principale è tratto da “Three Is a Magic Number” di Bob Dorough, una canzoncina educativa per bambini della serie “Schoolhouse Rock! ”. Sullo sfondo, la batteria pulsa con il DNA di James Brown, la spina dorsale di gran parte dell’hip hop. Eppure, nelle mani dei De La, il tutto appare fresco, quasi anarchico: l’hip hop come un carnevale di Sesame Street, un’istruzione a ritmo di groove.

Poi c’è “Eye Know”, costruita su un riff di chitarra malizioso e ripetitivo tratto da “Peg” degli Steely Dan e su un ritornello vocale preso in prestito da “(Sittin’ On) The Dock of the Bay” di Otis Redding. Si percepisce il connubio tra la raffinatezza pop e il soul più profondo, e all’improvviso ti viene da sorridere perché il brano trasmette un senso di riverenza e irriverenza allo stesso tempo. Gli ottoni, i battiti di mani, il calore disinvolto dell’insieme: è un hip hop che ricorda una giornata di sole, una pausa dall’aggressività che spesso ha caratterizzato il genere.

E “Say No Go”. Sulla carta non dovrebbe funzionare: la linea di basso di “I Can’t Go for That (No Can Do)” degli Hall & Oates abbinata a un testo contro la droga. Eppure funziona, e alla grande. Il brano è vivace pur lanciando un monito, a dimostrazione che umorismo e leggerezza non significavano mancanza di serietà. I De La Soul riuscivano a passare da sketch in stile cartone animato a commenti sociali incisivi senza cambiare tono — perché era il groove a tenere insieme il tutto.

Anche il jazz è presente, sebbene spesso in modo indiretto. In “Cool Breeze on the Rocks”, un breve interludio, Prince Paul mette insieme decine di campioni, dai riff funk ai suoni degli ottoni, creando qualcosa che sembra più un collage bebop che un ritmo puro. E nelle trame sonore si percepisce l’influenza di Herbie Hancock e Donald Byrd — non sempre campionati in modo esplicito, ma che ne plasmano la sensibilità. I produttori hip hop come i De La Soul e gli A Tribe Called Quest non consideravano il jazz come qualcosa da studiare, ma come una risorsa con cui giocare, una tavolozza di toni in grado di ampliare l’orizzonte.

Naturalmente, proprio ciò che rese l’album rivoluzionario lo trasformò anche in un incubo legale. Le leggi sul campionamento non erano ancora state messe alla prova e, negli anni ’90, iniziarono le cause legali. I De La Soul si trovarono nell’impossibilità di ristampare l’album per decenni. Il disco divenne un fantasma: se ne parlava sottovoce, veniva piratato, passato di mano in mano, ricordato da chi c’era stato. La mia copia, acquistata nuova nel 1989, è diventata una sorta di reperto storico. Ogni volta che poso la puntina, mi torna in mente non solo la musica, ma anche un’epoca in cui la creatività correva più veloce delle normative.

Ascoltato oggi, *3 Feet High and Rising* stupisce per la sua ampiezza. *Me Myself and I* sarà anche il successo radiofonico, un autoritratto intriso del funk dei Parliament-Funkadelic di George Clinton, ma i brani meno conosciuti rivelano la vera ambizione dell’album. *Potholes in My Lawn* trasforma la paranoia in poesia, con le sue chitarre in loop che avvolgono testi su idee rubate. In “Tread Water” compaiono animali parlanti che offrono consigli di vita, assurdi ma stranamente toccanti. Persino gli sketch — quelle interruzioni giocose che molti artisti successivi avrebbero imitato — sembrano essenziali, parte integrante della trama piuttosto che semplici distrazioni.

In un locale dedicato all’ascolto, questo disco mette alla prova l’apertura mentale. Mettilo su a tarda sera e osserva come reagisce la sala. Alcuni avventori sorridono riconoscendo i brani, altri si sporgono in avanti per identificare i campionamenti, altri ancora si limitano a dondolarsi al ritmo. È un album che sfuma i confini tra primo piano e sfondo, catturando l’attenzione con la sua pura inventiva. E dal punto di vista sonoro, rende giustizia ai sistemi di qualità: le basse sono calde ma precise, gli strati di campionamenti si aprono come cassetti, le voci si posizionano in diversi angoli del campo stereo. Attraverso una coppia di Beolab 50 finemente calibrati, non ti limiti ad ascoltare il collage: ci cammini dentro.

La storia di *3 Feet High and Rising* è anche la storia della crescita dell’hip hop. Ha dimostrato che il genere poteva essere giocoso, eclettico, senza timori nei confronti della melodia o dell’umorismo. Ha ampliato il pubblico senza sminuire la qualità artistica. E ha mostrato come il campionamento potesse essere un modo per raccontare la storia, per collegare passati apparentemente non correlati in qualcosa che suonasse come il presente.

Perché è rimasto nella storia? Perché era audace. Perché era generoso. Perché ha trasformato la collezione di dischi in uno strumento e ha dimostrato che l’hip hop non era solo una questione di parlare, ma anche di ascoltare. E perché, come tutti i grandi album, ha creato un mondo in cui potevi vivere per 65 minuti.

Ogni volta che lo riascolto, colgo qualcosa di nuovo: una voce in sottofondo, un riff di chitarra nascosto nel mix, un momento di risata che prima mi era sfuggito. È questo il segno distintivo di un album che non smette mai di regalare nuove emozioni. E per chiunque ami l’arte dell’ascolto, è un album imperdibile.

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