“M” come Monkey – Bonobo (2003)

“M” come Monkey – Bonobo (2003)

Di Rafi Mercer

La geometria del calore

C’è un certo tipo di album che sembra aver sempre fatto parte della tua vita, in modo discreto: senza pretese, suggestivo eppure, in qualche modo, indispensabile. “Dial ‘M’ for Monkey” è uno di questi. Pubblicato nel 2003 dalla Ninja Tune, ha segnato il momento in cui Simon Green — meglio conosciuto come Bonobo — ha affinato la sua arte trasformandola in qualcosa di spontaneamente umano: musica strumentale che respirava come una conversazione.

I primi anni 2000 erano caratterizzati da numerose compilation chill-out, playlist post-discoteca e dall’affermarsi del downtempo come stile di vita. Ma “Dial ‘M’ for Monkey” non era semplice musica di sottofondo. Era maestria artistica mascherata da calma: uno studio sull’equilibrio tra ritmo e pausa, analogico ed elettronico, terra e aria.

Il disco si apre con “Noctuary” e, nel giro di pochi secondi, se ne capisce subito l’intento. Una fragile melodia di Rhodes, un loop di batteria suonato con le spazzole e poi una linea di basso che si muove come una marea lenta. Tutto è al posto giusto. Il groove non si intensifica, ma si assesta. C’è pazienza in ogni misura — quella che deriva da un produttore più interessato allo spazio che allo spettacolo.

Bonobo, all’epoca sulla ventina, viveva a Brighton — una città nota per il suo polso creativo sfaccettato, dove l’aria di mare si mescolava al brusio dei negozi di dischi e degli studi di registrazione aperti fino a tarda notte. Il suo primo album, *Animal Magic* (2000), lo aveva già consacrato come parte integrante dell’estetica Ninja Tune — quella fusione tra la trama del trip-hop e il campionamento organico. Ma *Dial “M” for Monkey* era tutta un’altra cosa: più ponderato, più tangibile, più maturo. Sembrava fosse stato registrato in una stanza dove tutto — gli strumenti, l’aria, la luce — avesse deciso di collaborare.

Ciò che colpisce è quanto l’album risulti coeso nonostante la sua varietà. Brani come “Flutter” e “Pick Up” attingono alla tradizione jazzistica: breakbeat suonati con moderazione, il contrabbasso che accompagna delicati campionamenti di tromba, flauti che fluttuano come un soffio. “Something for Windy” ha la trama della fusion degli anni ’70, tutta calore e legno, mentre “Wayward Bob” sembra una passeggiata della domenica mattina: pigra, melodica, serenamente appagata.

Eppure, dietro tutta questa disinvoltura, c’è una struttura ben definita. Green è stato meticoloso nella creazione delle stratificazioni: ogni colpo di percussione è stato regolato a mano, ogni campione ritagliato per adattarsi a un groove umano piuttosto che a quello di una macchina. La programmazione ritmica di *Flutter* è un capolavoro di sottigliezza: terzine, charleston suonati con le spazzole, shuffle irregolari che sembrano improvvisati ma che, in realtà, sono stati realizzati con cura.

Se *Endtroducing…* di DJ Shadow fosse un museo del suono, allora *Dial “M” for Monkey* sarebbe una serra. Qui tutto cresce lentamente, nutrito dal calore e dalla pazienza. È rigoglioso, ma non ornamentale; sofisticato, ma mai asettico.

L’album raggiunge il suo baricentro con “Nothing Owed” e “Light Pattern”. Questi brani costituiscono il cuore tranquillo dell’album: essenziali, minimalisti, quasi cinematografici. La linea di basso in “Nothing Owed” è un’unica linea suonata con moderazione, più percepita che udita, mentre le percussioni suonano come dita sul vetro. La melodia non si dispiega tanto quanto respira. Attraverso degli altoparlanti di qualità, l’aria diventa parte dell’arrangiamento: si può sentire il silenzio come una trama sonora.

In un bar dove si ascolta musica, “Dial ‘M’ for Monkey” assume un’atmosfera diversa a seconda dell’ora. All’inizio della serata, è sinonimo di intimità: bassi vellutati, note di pianoforte che si diffondono nella penombra. A tarda notte, diventa quasi introspettivo. Gli ascoltatori si rilassano sulle sedie, le conversazioni si affievoliscono, i bicchieri tintinnano dolcemente. La sala inizia a pulsare al ritmo di quella silenziosa insistenza. È un disco che non riempie lo spazio, ma lo accorda.

Parte della magia sta nel senso del suono di Bonobo. Ha capito fin dall’inizio che la musica elettronica non deve necessariamente suonare sintetica. Ha sovrapposto strumenti acustici — contrabbasso, flauto, chitarra — alla sua programmazione fino a far scomparire il confine tra campionamento ed esecuzione dal vivo. Il suo uso del pianoforte Rhodes, in particolare, è significativo: è sempre leggermente smorzato, mai appariscente, e il suo calore pervade l’intero mix come un segreto condiviso.

Dal punto di vista culturale, “Dial ‘M’ for Monkey” è uscito in un momento interessante. L’eccesso del big beat della fine degli anni ’90 era ormai svanito e la musica elettronica stava riscoprendo la sottigliezza. Artisti come Zero 7, Cinematic Orchestra e Thievery Corporation stavano creando paesaggi sonori ricchi e cinematografici, ma l’approccio di Bonobo era più intimo, più personale. Non creava musica per il cinema, ma per le stanze. Per le cuffie. Per spazi di ascolto in cui l’emozione potesse essere amplificata dalla sobrietà.

Il titolo dell’album lascia intravedere il suo spirito arguto. Non c’è un concept, né una grande narrazione. È un omaggio al film di Hitchcock *Dial M for Murder*, ma qui il crimine è di natura intima: sottrarre di nuovo l’attenzione a un mondo rumoroso.

Ciò che rende questo disco intramontabile è il suo equilibrio tra organico e digitale — un equilibrio che in seguito avrebbe definito la carriera di Bonobo. In queste prime composizioni si percepisce già il DNA di ciò che sarebbe venuto dopo: la strumentazione dal vivo di *Black Sands*, gli archi narrativi cinematografici di *Migration*, l’architettura emotiva che lo ha reso headliner dei festival senza mai rinunciare alla delicatezza. *Dial “M” for Monkey* è il punto di origine — il momento in cui l’arte si è incontrata con la calma.

Quando lo ascolto di notte attraverso l’impianto B&O — il bar sta per chiudere, le luci sono soffuse — l’effetto è tangibile. I bassi risuonano profondi, le percussioni danzano ai margini della stanza, i medi risplendono come l’ambra. Non è “sottofondo”: è parte dell’ambiente. Rende l’aria più calda, i mobili più confortevoli, il momento leggermente più umano.

Ascoltando con attenzione, ci si rende conto che nulla è casuale. Ogni dissolvenza, ogni cambio di accordo, ogni calo ritmico è stato calibrato per creare un equilibrio emotivo. Persino il ritmo — quella delicata transizione dal groove al quasi silenzio — rispecchia il rallentamento del battito cardiaco del corpo mentre la notte volge al termine.

Bonobo non ha realizzato un album per i DJ, ma per gli ascoltatori. E così facendo, ha dato un’impronta che ancora oggi caratterizza la cultura dell’ascolto lento. È una musica che non ti spinge a muoverti, ma che si muove insieme a te.

A distanza di due decenni, “Dial ‘M’ for Monkey” sembra ancora attuale perché non ha mai cercato la novità. Ha puntato invece sulla sincerità. È un album pensato per essere ascoltato più volte: ogni ascolto rivela una nuova sfumatura, un accordo nascosto, una tonalità di calma leggermente diversa. Non è una reliquia dei primi anni 2000; è un manuale su come ascoltare la musica.

C’è un momento verso la fine di “Flutter” in cui il ritmo si interrompe e rimane solo il basso. È fugace, dura forse tre secondi, ma racchiude tutto: fiducia, moderazione, respiro. Bonobo ha capito che la cosa più potente nella musica non è il suono, ma lo spazio che permette al suono di assumere un significato.

Ecco perché “Dial ‘M’ for Monkey” non può mancare in questa raccolta. Non è una questione di innovazione o di impatto. È una questione di presenza. Il gesto semplice e intramontabile del suono ben eseguito, riprodotto a volume basso e ascoltato con calma.


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