Doechii – I morsi di alligatore non guariscono mai (2024)

Doechii – I morsi di alligatore non guariscono mai (2024)

“Alligator Bites Never Heal”, un mixtape grintoso e mutevole di Doechii, trasforma la sopravvivenza, la spavalderia e l’atmosfera tipica del Sud in un’esperienza d’ascolto vivida: incisiva, fluida e pensata per impianti in grado di rivelare ogni minimo dettaglio.

Di Rafi Mercer

“Alligator Bites Never Heal” (2024) di Doechii è un mixtape dalle sonorità taglienti, nato nelle paludi: hip-hop, R&B, pop e performance art intrecciati in un insieme vivo, ambizioso e decisamente in stile floridiano. Rafi Mercer parla di un progetto che trasforma la sopravvivenza in suono.
Di Rafi Mercer

Alcuni mixtape sembrano una dichiarazione; altri, una porta sfondata a calci. Alligator Bites Never Heal, pubblicato nell’agosto 2024 come secondo progetto di Doechii per la Top Dawg, appartiene a questa seconda categoria: 19 tracce di velocità, arguzia, sincerità ferita e irrequietezza creativa. Si muove tra gli stili come chi sta mettendo alla prova la resistenza di ogni muro che la circonda: un rap che scatta, un R&B che si scioglie ai margini, un pop sperimentale che fa i denti. Nulla è titubante. Tutto è deliberato.

I primi brani dettano il ritmo. “STANKA POOH” e “BULLFROG” rimbalzano con una minaccia maliziosa — la batteria è serrata e secca, il basso spinge in avanti senza mai appesantire il mix. La voce di Doechii è iper-elastica: ringhiosa un attimo, leggera come una piuma quello successivo, poi improvvisamente colloquiale con un ammiccamento comico. Non è solo una questione di flow; è un lavoro sul personaggio. Scrive con umorismo tagliente e un tempismo ancora più incisivo, ma sotto quella sicurezza si nasconde qualcosa di più vulnerabile: un’artista che si chiede cosa debba lasciarsi alle spalle per diventare ciò che è.

“DENIAL IS A RIVER”, uno dei brani più apprezzati dalla critica, costituisce il fulcro emotivo del mixtape. Qui la spavalderia si attenua appena, quanto basta perché la chiarezza riesca a farsi strada. Il beat le concede spazio: un ritmo notturno e lento, in cui il suo fraseggio si inserisce con intima precisione. Con un buon impianto di ascolto, le sfumature si rivelano: cori sommessi, sottili code di riverbero, un basso che si muove più come un respiro che come una forza bruta. È il momento in cui la spavalderia e la delicatezza del progetto condividono lo stesso spazio.

In altri brani, invece, si abbandona con gioia allo strano. “BOILED PEANUTS”, “CATFISH” e “NISSAN ALTIMA” recano tutte le impronte della Florida: umide, giocose, strane in un modo che sembra naturale piuttosto che artificioso. «NISSAN ALTIMA», il singolo che le ha dato la svolta, è un mondo in miniatura in continuo movimento: un’auto come capsula di salvataggio, ambizione in transito, un ritornello che rimane impresso non perché sia sdolcinato, ma perché sembra vissuto. Non a caso è il brano simbolo di Doechii: un manifesto travestito da giro di divertimento.

Il brano che dà il titolo all’album, “ALLIGATOR BITES NEVER HEAL”, arriva verso la fine non come catarsi, ma come confronto. Il simbolismo affonda le radici nella sua terra d’origine: l’alligatore come icona della Florida, metafora di sopravvivenza e simbolo dell’anno che l’ha quasi trascinata a fondo. Il brano gira intorno alla questione invece di risolverla — a ricordarci che alcune cicatrici non si rimarginano da sole. Lei non offre una conclusione; offre la verità.

Poi c’è “ANXIETY”, il singolo in versione estesa pubblicato alla fine del 2024 e costruito attorno a un frammento rivisitato di “Somebody That I Used to Know” di Gotye. Quello che avrebbe potuto essere un espediente diventa invece una reinvenzione: il campione si trasforma in un’ossatura inquietante, uno sfondo per pensieri a spirale, umorismo e tensione. In un bar dove si ascolta musica, è il brano che fa calare il silenzio nella sala; tutti riconoscono il fantasma melodico che vi si nasconde, ma Doechii lo usa per raccontare una storia diversa.

Come disco da ascoltare, questo mixtape è superbo. Le basse frequenze sono calde e ben studiate: mai esagerate, sempre ben controllate. È la gamma media a fare la differenza: improvvisazioni che guizzano, respiri che si fondono con il ritmo, atmosfere costruite con dettagli piccoli ma posizionati con cura. Le alte frequenze rimangono nitide senza risultare stridenti. Alza il volume e diventa teatro; abbassalo e diventa una confessione.

Ciò che tiene insieme il progetto è un filo conduttore semplice ma potente: questa è musica che parla del rifiuto di farsi divorare. Parla di come sopravvivere a un’industria capace di sminuire i giovani talenti più velocemente di quanto sappia coltivarli. L’immaginario della palude non è una semplice decorazione estetica; è biografia, geografia e metafora — un modo per dire : “Vengo da qui, ho lottato per superarlo e sono ancora qui nonostante tutto”.

Alcuni progetti sembrano un punto di arrivo; altri, un monito. *Alligator Bites Never Heal* è entrambe le cose: un bagliore luminoso proveniente da un’artista che ha appena iniziato a dispiegare appieno il proprio potenziale.


Rafi Mercer scrive degli spazi in cui la musica è protagonista.
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