Donny Hathaway — Someday We’ll All Be Free (1973)

Donny Hathaway — Someday We’ll All Be Free (1973)

Un disco soul che ti aspetta… e che cambia tutto quando finalmente ti trova.

Di Rafi Mercer

Ci sono album che si scoprono presto e album che ti aspettano — pazienti, senza fretta, certi che un giorno troverai la disponibilità emotiva per ascoltarli come si deve. Donny Hathaway appartiene alla seconda categoria. È uno di quegli artisti rari che il mondo ha in qualche modo lasciato ai margini, ma che, una volta scoperti, riorganizzano l’intera architettura emotiva degli ultimi cinquant’anni. Lo ascolti e improvvisamente il filone del soul, del gospel, dell’R&B, del jazz e della lotta si fa più chiaro. L’intero panorama si delinea con maggiore nitidezza. Il tassello mancante va al suo posto.

“Someday We’ll All Be Free” non è solo una canzone; è una dichiarazione di sopravvivenza mascherata da melodia. Si colloca al centro dell’universo di Hathaway: fragile, piena di speranza, devastante, redentrice. Il fatto che sia apparsa nel suo ultimo album in studio, prima che la lunga agonia della malattia lo sopraffacesse, le conferisce una sorta di trepidante inevitabilità. Ma ciò non dovrebbe oscurare ciò che la musica fa realmente: eleva l’atmosfera. La riempie di peso umano e di possibilità umane. Parla con una dolcezza che solo il dolore profondo può affinare.

L’ascolto inizia con il timbro della voce di Hathaway — terrosa eppure celestiale, morbida ma carica della densità dell’esperienza vissuta. C’è una tenerezza nel timbro, un leggero tremito ai margini, come se le note fossero sostenute non solo dai polmoni, ma anche dalla memoria. L’arrangiamento, costruito attorno a un pattern di batteria lento e risoluto, alle calde note del Rhodes e agli archi che ricordano la luce dell’alba che irrompe ai margini di un mattino buio, crea un paesaggio in cui la vulnerabilità diventa una sorta di coraggio.

La cosa straordinaria è il modo in cui Hathaway si muove in quello spazio. Non si limita a cantare la canzone; la vive in prima persona. Si muove tra le strofe come una mano attenta che accarezza un vecchio tavolo di legno — cogliendone le venature, percependone la storia nascosta, regolando la pressione finché non emerge la risonanza. Quando arriva al ritornello — “Hang on to the world as it spins around” — eleva la melodia con tale delicatezza che è impossibile non seguirlo.

Ciò che continua ad attirarmi, anche dopo tutti questi anni, è che si tratta di musica soul che rifiuta ogni teatralità. Non c’è alcun tentativo di raggiungere i cieli. Non ci sono fuochi d’artificio. Hathaway canta come un uomo che parla a un’altra persona dall’altra parte di una piccola stanza. È proprio quell’intimità a rendere la canzone immortale. Conosce l’angoscia. Conosce la confusione. Conosce quegli anni che non si riescono a spiegare a nessuno. Eppure trova ancora il fiato per infondere coraggio.

L’album nel suo insieme trasmette questa dualità emotiva. C’è la bellezza struggente di “Love, Love, Love”, la raffinatezza degli arrangiamenti di impronta jazz, la sensazione che Hathaway si stesse aprendo verso l’esterno e al contempo chiudendo in se stesso. Era un musicista che provava ogni emozione a tutto volume. Quella sensibilità, proprio ciò che rendeva la sua arte così straordinaria, rendeva anche il mondo insopportabilmente tagliente. Si percepisce quella tensione in ogni modulazione, in ogni incrinatura della voce, in ogni momento in cui il Rhodes si fa carico del peso al posto suo.

Ma quando arriva *Someday We’ll All Be Free*, si prova una sorta di liberazione. Non trionfante — no, niente di così facile — ma di accettazione. Una convinzione silenziosa. Un sussurro rivolto al futuro: vai avanti. La frase che mi colpisce sempre è la più semplice: “Tira forza dall’amore che vedi”. In un’epoca di rumore incessante, quelle parole racchiudono più verità che mai.

Ho ascoltato questo disco in stanze dove il mondo mi sembrava troppo rumoroso. L’ho ascoltato a tarda notte, quando la casa è silenziosa e la mente si rifiuta di trovare pace. Ogni volta mi regala una risonanza diversa: a volte è un balsamo, a volte uno specchio, a volte un promemoria del fatto che la bellezza non elimina la sofferenza, ma coesiste con essa, con aria di sfida.

Se non avete mai ascoltato Donny Hathaway, questo album vi farà scoprire una voce che avrebbe dovuto plasmare la musica per molti decenni ancora. Se invece lo conoscete già, sarà come tornare in una cattedrale familiare e fragile — una cattedrale costruita non con grandi sale, ma con il respiro umano, il desiderio umano e quella piccola, tenace speranza che la luce possa ancora esistere.

Alcuni artisti vengono scoperti. Donny Hathaway viene rivelato. E una volta rivelato, non ti abbandona mai.


Domande veloci

Cosa rende questo album imperdibile?
La sua intimità. Hathaway canta come chi offre speranza dall’orlo del proprio limite — ed è proprio per questo che ti rimane nel cuore.

Quale posto occupa nella storia della musica?
Al crocevia tra la sincerità del gospel, la raffinatezza del jazz e l’architettura emotiva del soul. È discreto, ma fondamentale.

Perché ascoltarlo proprio adesso?
Perché il mondo sembra opprimente, e questo album ti ricorda che anche nelle stanze più buie, qualcuno una volta ha trovato il modo di cantare per te, non contro di te.

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