Grouper – Ruins (2014)

Grouper – Ruins (2014)

Di Rafi Mercer

Le prime note di *Ruins* sono quasi esitanti, come se non fossero destinate a essere ascoltate. Un pianoforte registrato in una piccola casa in Portogallo nel 2011, la pioggia udibile all’esterno, il leggero scricchiolio di una sedia, il bip di un microonde in sottofondo. Questi frammenti non sono distrazioni, ma parte integrante della musica, promemoria del mondo al di là dello strumento, prova di una presenza. Quando Liz Harris inizia a cantare, la sua voce è sommessa, fragile, quasi nascosta, come se stesse confidando segreti che non è sicura di voler condividere. Eppure in quella quiete risiede una forza straordinaria. Pubblicato nel 2014 con il suo nome d’arte Grouper, Ruins è un disco che sembra meno una performance e più una confessione, un diario lasciato aperto sul tavolo.

Harris si era già affermata come figura di culto negli ambienti della musica sperimentale e ambient. I suoi album precedenti, ricchi di riverbero e drone, creavano vasti paesaggi onirici in cui voce e chitarra si confondevano in una foschia. Ma *Ruins* era diverso. Ridotto all’essenziale – solo pianoforte e voce – e registrato su un registratore portatile a quattro tracce, l’album rivelava Harris nella sua versione più vulnerabile e diretta. Le canzoni sono essenziali, spesso poco più di una frase ripetuta o di una lenta progressione, eppure trasmettono un immenso peso emotivo. Non sono dichiarazioni rifinite, ma frammenti, schizzi, il suono di qualcuno che convive con se stesso.

L’album si apre con “Made of Metal”, un breve brano strumentale dalle risonanze lontane, per poi passare a “Clearing”, dove la voce di Harris aleggia su semplici accordi di pianoforte, ogni nota carica di spazio. “Call Across Rooms” è ancora più fragile, con i suoi testi appena udibili e la voce quasi consumata dal silenzio. “Holding” è il pezzo forte, una canzone di perdita e resistenza, i cui accordi ripetuti portano il peso dell’inevitabilità. «Labyrinth» si snoda come un lento incantesimo, con il pianoforte che gira in tondo e la voce che va e viene, a volte udibile, a volte no. L’album si chiude con «Made of Air», una registrazione sul campo di dieci minuti di rane e suoni notturni, senza pianoforte, senza voce, solo ambiente. È come se Harris ci ricordasse che la musica non è separata dal mondo ma ne fa parte, che l’ascolto include tanto la natura quanto l’uomo.

Su vinile, *Ruins* è di un’intimità quasi insopportabile. Lo scricchiolio della stanza, il sibilo del nastro, le imperfezioni della registrazione diventano tutti parte della trama sonora. Il pianoforte sembra così vicino da poterlo toccare, la voce ancora più vicina. Ascoltato in un bar dedicato all’ascolto, l’effetto è profondo. Le conversazioni si affievoliscono, la sala si fa silenziosa, come se si stesse facendo intrusione in qualcosa di privato. Eppure quella privacy diventa condivisa, un momento collettivo di vulnerabilità. Pochi dischi riescono a trasformare uno spazio in modo così completo con così poco suono.

Ciò che rende *Ruins* un’opera così potente è la sua onestà. Non c’è alcun tentativo di impressionare, né di travolgere. È musica intesa come presenza, come processo, come essere. Harris lascia che le imperfezioni e le interruzioni rimangano, rendendole parte integrante del tutto. In questo modo offre un modello di ascolto che non punta alla perfezione, ma all’accettazione, alla ricerca della bellezza in ciò che è fragile, incompleto, fugace.

A distanza di un decennio, l’album continua a risuonare. La sua semplicità lo rende intramontabile, la sua intimità lo rende inesauribile. In un’epoca caratterizzata da una produzione sfrenata e da un rumore incessante, *Ruins* ci ricorda che la musica può essere piccola e allo stesso tempo immensa, che la voce più sommessa può trasmettere la verità più profonda. Abbassa la puntina e non verrai trasportato altrove; verrai invece avvicinato, alla presenza di una sola persona in una stanza con un pianoforte, e questo è sufficiente.

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