Khruangbin — Con Todo El Mundo (2018)
Un album caloroso e senza confini che attraversa le culture — e mostra come i Khruangbin abbiano trasformato l’ascolto globale in una nuova atmosfera tranquilla per le città di tutto il mondo.
Di Rafi Mercer
Ci sono album che restano nel proprio ambito, e ci sono album che si comportano come viaggiatori: assorbono i luoghi, trasportano atmosfere, attraversano silenziosamente i confini. *Con Todo El Mundo* appartiene a questa seconda categoria. Un disco plasmato dal caldo di Houston, certo, ma anche dal funk thailandese, dalle melodie persiane, dalla languida atmosfera surf-soul e da una sorta di curiosità senza confini che dà l’impressione di qualcuno che appoggia l’orecchio al mondo solo per vedere cosa ne viene fuori. È un album realizzato da una band che ascolta di tutto, per poi ricucire insieme gli echi con una delicatezza che rende immediatamente intimo ciò che è sconosciuto.
La prima cosa che si nota è la quiete. I Khruangbin non spingono; scivolano. Le linee di basso di Laura Lee non avanzano tanto quanto sembrano librarsi nell’aria. La chitarra di Mark Speer suona come la luce del sole che si riflette sull’acqua. La batteria di Donald Johnson lascia spazio piuttosto che riempirlo. Qui tutto è caldo, senza fretta, naturale: una musica che sembra prendersi il suo tempo per attraversare la stanza, quasi a dire: questo è il ritmo con cui le cose assumono significato.

Eppure, sotto quella superficie calma, si nasconde qualcosa di silenziosamente radicale: il rifiuto di appartenere a una sola città o a un unico stile. È il suono di un ascolto che abbraccia i continenti, di un’influenza che si fonde con un’altra, di generi trattati come ingredienti anziché come mete definitive. La band ha sempre affermato che Khruangbin si basa prima sull’ascolto e poi sull’esecuzione — ed è esattamente così che si sviluppa l’album. Si percepisce il modo in cui hanno assorbito i groove thailandesi degli anni ’60, il pop iraniano, il surf californiano, l’highlife nigeriano. Nulla è copiato; tutto viene tradotto attraverso l’emozione.
Anche “Con Todo El Mundo” è arrivato al momento giusto. Un momento in cui le città stavano iniziando a ripensare a come potesse essere l’intimità in pubblico. Quando i bar dedicati all’ascolto si stavano diffondendo oltre i confini del Giappone e le persone cercavano musica che non imponesse la propria attenzione con la forza, ma se la guadagnasse grazie all’atmosfera. L’album è entrato in quel mondo come un delicato manuale di istruzioni: rallenta, osserva di più, lascia spazio ai dettagli. Non sorprende che sia diventato un punto di riferimento nelle sale d’ascolto da Brooklyn a Berlino.
Ciò che mi affascina è il modo in cui questo disco viaggia. Si comporta come un ricordo che le persone portano con sé da una città all’altra: qualcuno lo ascolta a Lisbona e lo riporta a Manchester. Qualcun altro lo scopre per la prima volta in un bar di Seul e torna a casa con il desiderio di ricreare un’atmosfera che ricordi quella serata. I Khruangbin non si sono limitati a realizzare un grande album; hanno creato uno stato d’animo portatile, un passaporto per l’atmosfera. Il genere di cosa che si insinua silenziosamente in una cultura e la trasforma dall’interno.
E forse è proprio per questo che l’album sembra ancora vivo, anche a distanza di anni. Non cerca di immortalare un momento, ma di crearne uno: la sensazione dell’aria tiepida, della luce soffusa e della dolce consapevolezza che anche l’ascolto è una forma di viaggio. Non c’è bisogno di muoversi fisicamente; è la musica a muoversi per te. A te non resta che seguirla.
Rafi Mercer scrive degli spazi in cui la musica è protagonista.
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