Kid A — Radiohead (2000) - È stato lasciato così com'era...
L'album che ha risposto a un capolavoro rifiutandosi di esserlo
Di Rafi Mercer
C'è un pericolo particolare nel sentirsi dire che hai realizzato il miglior disco della tua generazione. L'elogio è reale e la trappola è reale, e sono la stessa cosa. Se lo rifai, finisci per ripeterti. Se fai qualcos'altro, hai gettato tutto al vento.
La maggior parte delle band si ripete. Non è codardia. È la forza di gravità.
I Radiohead hanno preso la strada opposta, e la cosa strana è quanto questa scelta sia percepibile a livello sonoro. “Kid A” si apre con un pianoforte Rhodes e una voce elaborata da un dispositivo elettronico, al punto che le parole smettono di essere tali. Niente chitarra. Niente batteria per ben quattro minuti. Una band a cui era appena stato assegnato il titolo di “album chitarristico del decennio” che ha dato il via al proprio decennio successivo mettendo da parte le chitarre.

Le sessioni si sono svolte tra il 1999 e il 2000: a Parigi, a Copenaghen, in una villa in affitto nel Gloucestershire e poi nel loro studio privato nell’Oxfordshire. La produzione era affidata a Nigel Godrich. Thom Yorke non riusciva più a comporre, non voleva più sentire il suono della chitarra e ascoltava i dischi della Warp. Jonny Greenwood ha iniziato a suonare le ondes Martenot, uno strumento inventato nel 1928 che quasi nessuno suona. Per «The National Anthem» furono chiamati dei musicisti di ottoni, ai quali fu chiesto di suonare in contrappunto l’uno con l’altro anziché all’unisono, alla maniera di una sezione di free jazz. La linea di basso che li accompagna è stata scritta da Yorke quando era ancora un adolescente.
L'album è poi uscito il 2 ottobre 2000, senza alcun singolo, senza un video tradizionale e con pochissima copertura mediatica.
È entrato direttamente al primo posto nelle classifiche britanniche e, per la prima volta, anche in quelle americane.
Dieci brani. Quarantanove minuti. E una struttura che diventa più chiara man mano che ci si immerge nell’ascolto: due parti dense e un vuoto nel mezzo.
Quel brano si intitola “Treefingers”: la chitarra di Ed O’Brien elaborata al punto da rendere superflua la definizione stessa di “chitarra”, senza batteria, senza basso, senza voce, tre minuti e quarantadue secondi proprio al centro dell’album. Nessuno lo suona di proposito. Esiste solo per dare un punto di partenza alla seconda metà dell’album.
Intorno a questo brano, il disco non segue le regole. “How to Disappear Completely” è costituita da archi e onde Martenot e da un uomo che ripete “Non sono qui, questo non sta accadendo” su un arrangiamento che arriva da ogni direzione contemporaneamente. “Idioteque” è costruita a partire da un campione tratto da un brano di musica elettronica del 1973 di Paul Lansky, trovato su un LP di seconda mano. «Motion Picture Soundtrack» chiude l’album con arpa e organo a pompa, suonando come se fosse più vecchio di cento anni rispetto a tutto ciò che l’ha preceduto.
Le recensioni sono contrastanti. Alcuni l’hanno definita ostinata, fredda o evasiva.
Il freddo è reale. Ma è architettonico, non emotivo: l’album parla di disgregazione ed è costruito con cura ossessiva, e questa cura si percepisce più chiaramente proprio nei momenti in cui sembra succedere meno.
Ecco perché questo album va ascoltato in una sala d’ascolto piuttosto che in modalità shuffle. Presi singolarmente, i brani risultano complessi e sono caratterizzati da un’aura di freddezza. Ascoltati in sequenza, tutti d’un fiato, senza che nient’altro distolga l’attenzione, quella freddezza si rivela essere spazio. La parte centrale del disco smette di sembrare un vuoto e inizia a sembrare il punto centrale.
A distanza di ventisei anni, il dibattito sul fatto che si trattasse o meno di un tradimento si è silenziosamente concluso. Quell’album rappresenta il punto in cui un certo tipo di band chitarristica ha smesso di esserlo, e metà di ciò che ne è seguito nel decennio successivo è nato proprio da lì. Ciò che rimane più vivo non è l’innovazione, bensì la moderazione: la volontà di lasciare ampie parti di un disco quasi vuote, confidando che qualcuno rimanesse abbastanza a lungo ad ascoltarlo da accorgersene.
Mettilo all'inizio. Non saltare la traccia numero cinque.
La stanza vuota è quella attorno alla quale è stata costruita.
Domande veloci
Perché in “Kid A” non ci sono singoli?
I Radiohead lo hanno pubblicato senza un singolo di lancio e senza video tradizionali, promuovendolo invece attraverso brevi clip animate diffuse online. Ha raggiunto il primo posto nelle classifiche del Regno Unito e ha comunque regalato alla band il suo primo numero uno negli Stati Uniti.
Qual è il modo migliore per ascoltare “Kid A”?
Da ascoltare tutto d’un fiato, in ordine. L’album è strutturato in due parti dense che incorniciano un nucleo ambient, e la sequenza dei brani ne trasmette gran parte del significato. In modalità casuale risulta complesso; ascoltato in ordine, appare arioso.
" Kid A " è un album jazz?
No, ma attinge apertamente da altre fonti. Gli ottoni in “The National Anthem” sono stati diretti in modo da suonare in contrapposizione tra loro, alla maniera di un ensemble di free jazz, e l’influenza di *Bitches Brew* è alla base di gran parte dell’approccio dell’album alla trama sonora.
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