Le Trio Joubran — Trio Joubran (2004)

Le Trio Joubran — Trio Joubran (2004)

Tre oud, un unico respiro condiviso

Di Rafi Mercer

Ci sono album che allietano una serata e album che ridefiniscono il senso del tempo. Le Trio Joubran appartiene alla seconda categoria. Non è semplicemente bello: è attento. Fin dai primi minuti, sento che il disco mi sta insegnando le sue regole: ascoltare il tocco della mano sulle corde, la pausa tra una frase e l’altra, il modo in cui una linea si avvicina all’altra per poi fare un passo indietro. Qui nulla è affrettato. Nulla è superfluo.

L’oud, quando viene suonato in questo modo, sembra meno uno strumento e più un materiale. Legno, aria, tensione. Si percepisce la venatura del legno. Si percepisce lo sforzo. Si percepisce l’intimità di qualcosa creato per essere tenuto vicino al corpo. Tre oud potrebbero facilmente confondersi in un’unica macchia — troppo dello stesso colore, troppo dello stesso registro — ma i fratelli Joubran trattano l’uniformità come un’opportunità per la precisione. Scavano spazio all’interno della somiglianza. Ogni voce sa quando guidare e quando attenuarsi. È un’esecuzione d’insieme con l’umiltà di chi ascolta con la stessa intensità con cui suona.

Ciò che mi colpisce di più è il dialogo che si instaura nell’album. Viene pronunciata una frase, poi messa in discussione, quindi ripresa e modificata — non in modo drastico, ma con sottili variazioni di enfasi e intenzione. È l’equivalente musicale di tre persone che condividono una lingua così profondamente da non aver bisogno di alzare la voce. E i silenzi contano. Non sembrano vuoti, ma deliberati. Il disco lascia che sia l’aria a completare il pensiero.

Si percepisce la tradizione del maqam alla base di ogni cosa — quell’antica geometria emotiva, quella logica modale che permette alle emozioni di snodarsi a spirale anziché seguire linee rette. Ma questa musica non si presenta come un “patrimonio” da conservare dietro una teca di vetro. Si presenta come un’arte viva. La ripetizione non appiattisce l’esperienza, ma la approfondisce. Ogni ritorno è un’angolazione leggermente diversa dello stesso oggetto, come se la musica chiedesse: lo vedi adesso?

Non c’è alcun bisogno di un “gancio” al passo con i tempi, né di un “momento” evidente studiato apposta per tenerti sveglio. Ed è proprio questo il punto. Questo album si affida all’ascoltatore, confidando che si dedichi completamente all’ascolto. Premia quel tipo di attenzione che stiamo lentamente perdendo: l’attenzione che non scorre da una parte all’altra, non fa più cose contemporaneamente, non tratta la musica come un semplice sottofondo. Se gli dedichi un’ora, ti regalerà una qualità di ascolto diversa.

Non si tratta di musica di sottofondo. È musica da compagnia: il tipo di disco che si mette quando si vuole dare alla stanza un’atmosfera più significativa. Da ascoltare preferibilmente tutta d’un fiato, idealmente di notte, quando la giornata ha smesso di avanzare richieste. Quando finisce, il silenzio che segue sembra meritato — come se l’album non fosse finito, ma avesse piuttosto lasciato la porta aperta.


Rafi Mercer scrive degli spazi in cui la musica è protagonista.
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