Nightmares on Wax – Carboot Soul (1999)
Di Rafi Mercer
Ci sono album con cui si convive, piuttosto che limitarsi ad ascoltarli. Rimangono sospesi nell’aria, diventano parte delle tue giornate, si fondono con i ricordi in modo così naturale che finisci per dimenticare che un tempo fossero separati dalla vita. Per me, *Carboot Soul* dei Nightmares on Wax, pubblicato nel 1999, è uno di quegli album. Ogni volta che lo metto sul giradischi, mi sembra meno un disco e più una stanza che si costruisce intorno a me: calda, profonda, senza fretta.
Il titolo dice già tutto, in realtà. “Carboot soul”: il suono dei tesori nascosti riportati alla luce negli angoli più remoti dei mercati, dei mercatini dell’usato e dei negozi di seconda mano. George Evelyn, l’uomo dietro ai Nightmares on Wax, sapeva come trovare valore in ciò che veniva trascurato. È cresciuto a Leeds, immerso nei soundsystem e nella cultura breakbeat, assorbendo soul, funk e reggae con la stessa naturalezza con cui si respira. Già alla fine degli anni ’90 si era ritagliato una reputazione grazie a dischi downtempo ricchi e avvolgenti che lasciavano intravedere il futuro del chill-out e del trip hop. Ma *Carboot Soul* è stato il capolavoro, quello che è riuscito a suonare al tempo stesso ampio e intimo.
Fin dal brano di apertura, “Les Nuits”, ti rendi conto di trovarti in un altro mondo. Costruito su un campione tratto da “Summer in the City” di Quincy Jones, il brano si sviluppa in un paesaggio onirico fatto di archi, ritmi e spazio. Su un buon impianto, le onde degli archi non si limitano a crescere, ma fluttuano sopra l’ascoltatore, mentre il basso ronza con il calore di una corrente elettrica. È il tipo di brano che potresti ascoltare in loop per ore e continuare a sentire il suo battito che ti trasporta da qualche parte. Nei locali dove si ascolta musica, è diventato una sorta di inno, suonato nel momento in cui la notte entra nel vivo, quando l’attenzione si concentra.
L’intero album è incentrato sulla trama sonora. Evelyn ha saputo costruire strati senza appesantire, lasciare respirare i beat e trasformare lo spazio in uno strumento. Brani come “Morse” ed “Ethnic Majority” intrecciano ritmi che strizzano l’occhio all’età d’oro dell’hip hop, ma con la raffinatezza tipica della produzione jazz. “Argha Noah” riprende la sensibilità del dub trasformandola in qualcosa di luminoso, mentre “Fire in the Middle” ha un ritmo che ricorda l’house, ma ammorbidito, rallentato, reso più umano.
L’anima dell’album sta nel suo ritmo. Nulla è affrettato, nulla è insistente. Si passa da un brano all’altro, in un continuum di groove e atmosfera. Questo non è un album di singoli; è un album di fluidità. Eppure, all’interno di quella fluidità, alcuni momenti risplendono. “Survival” ha un ritornello vocale che sembra un mantra, quasi sepolto dai beat ma impossibile da ignorare. “Capumcap” chiude il disco con un sorriso, un groove abbastanza giocoso da risollevare l’umore ma abbastanza profondo da rimanere impresso.
Uno dei motivi per cui Carboot Soul continua ad affascinare è che fa da ponte tra tanti mondi diversi. Appartiene alla tradizione del trip hop — Massive Attack, Portishead, Tricky — ma non ne condivide l’oscurità. Ha il calore del soul e del funk, ma senza il pastiche tipico del revivalismo. E porta con sé una sensibilità jazzistica nella sua apertura, nella sensazione che ogni brano potrebbe estendersi ulteriormente se lo volesse. È una musica che sfugge alle definizioni di genere pur attingendo da tutti loro.
Ascoltato in un bar dedicato all’ascolto, è quasi ingiusto. I ritmi sono caldi, il basso preciso, gli strati ricchi. Se metti su “Les Nuits” su un impianto con un vero margine dinamico — una coppia di diffusori da pavimento, le valvole che brillano, la puntina affilata — la stanza si scioglie. Le conversazioni si addolciscono, le spalle si rilassano, i drink hanno un sapore migliore. È questo che fanno i dischi migliori: risintonizzano la realtà.
A casa è altrettanto potente. La domenica mattina, a tarda notte, nelle serate con gli amici… ha una versatilità che pochi dischi riescono a eguagliare. Eppure non dà mai l’impressione di essere solo un sottofondo. Ti chiede sempre qualcosa. Ti chiede di prestare attenzione, di lasciarti guidare dal groove invece di passarci sopra frettolosamente.
Anche in questo caso il contesto è importante. Evelyn ne ha registrato gran parte insieme agli amici, con quel senso di comunità che traspare dalla musica. Non è la fredda perfezione della tecnologia da studio; è qualcosa di vivo e pulsante, creato da mani e orecchie che ci hanno messo il cuore. Ed è arrivato alla fine di un decennio in cui la musica elettronica si stava frammentando in correnti sempre più estreme. I Carboot Soul hanno scelto una strada diversa: quella del calore, della connessione, dell’umanità.
A volte mi chiedo come suonerebbe questo disco se uscisse oggi. In un mondo caratterizzato da un’attenzione frammentata, da algoritmi di streaming e da un suono compresso, la sua pazienza risulterebbe ancora più radicale. Non è qui per offrire ritornelli accattivanti e immediati; è qui per creare un’atmosfera. Ed è proprio questo che lo rende intramontabile.
Per chi, come noi, sta creando la propria collezione musicale “Tracks & Tales”, questo album è indispensabile. È il tipo di album che dimostra come la musica elettronica possa essere profonda e ricca quanto una qualsiasi sessione jazz, e come il campionamento possa essere un’arte fatta di cura tanto quanto un semplice “taglia e incolla”. Ci ricorda che il groove e l’anima non sono vincolati dal genere, ma dall’intenzione.
Allora, metti il disco. Abbassa la puntina. Lascia che le melodie di Les Nuits ti trasportino. Lascia che i ritmi di Morse ed Ethnic Majority ti trascinino sempre più in profondità. Lascia che Survival ti ricordi la resilienza e che Capumcap ti accompagni fuori con un sorriso. E osserva come il mondo esterno si restringa mentre quello interiore si espande. Questo è il dono di Carboot Soul. Un mondo nel mondo.
Rafi Mercer scrive degli spazi in cui la musica è protagonista. Per altre storie di Tracks & Tales, iscriviti qui oppure clicca qui per saperne di più.