Ornette Coleman – The Shape of Jazz to Come (1959)
Di Rafi Mercer
Il primo suono che si sente non è cortese. Non è raffinato, né arrotondato, né abbellito per ottenere approvazione. È il sassofono contralto di Ornette Coleman, sottile e penetrante, una voce che sembra più un discorso che un canto, tremula e insistente, carica di un peso fatto di dolore e ribellione. “Lonely Woman” ha inizio, e all’improvviso non stai più ascoltando un disco di jazz convenzionale, ma una dichiarazione, una sorta di manifesto scritto nell’aria. Non c’è un pianoforte che accompagna la melodia con gli accordi. Al suo posto, il basso di Charlie Haden si muove con cupa gravità, i piatti di Billy Higgins brillano e si gonfiano, e la tromba tascabile di Don Cherry lamenti in un contrappunto empatico. L’effetto è sorprendente: un lamento che avanza, inquieto, incontenibile.
In quel momento, *The Shape of Jazz to Come* si rivela come un punto di rottura, un disco che rifiuta di passare in secondo piano. Esige attenzione. Sconvolge, disorienta, ma allo stesso tempo ipnotizza. Nella lunga galleria del 1959, un anno che ci ha regalato *Kind of Blue*, *Mingus Ah Um* e *Giant Steps*, l’album di Ornette occupa una posizione più singolare. È meno raffinato, meno facilmente assimilabile, eppure forse il più radicale. Laddove Davis e Coltrane ampliarono il linguaggio del jazz, Ornette propose che il linguaggio stesso potesse essere spezzato, parlato senza grammatica, improvvisato in tempo reale.
Coleman era, sotto ogni punto di vista, un outsider. Cresciuto a Fort Worth, in gran parte autodidatta, dovette sopportare il disprezzo dei musicisti che definivano il suo tono sbagliato e il suo fraseggio goffo. Portava con sé un sassofono di plastica mentre gli altri sfoggiavano strumenti di ottone luccicanti, non per fare scena, ma perché era l’unico che poteva permettersi. A Los Angeles tirava avanti a fatica, suonando in locali malfamati, sopravvivendo grazie alla sua pura testardaggine. Eppure, nel 1959, convinse la Atlantic Records a dargli una possibilità, e ciò che registrarono in studio fu a dir poco esplosivo.
Il titolo stesso, *The Shape of Jazz to Come*, è al tempo stesso una profezia e una provocazione. Suggerisce che questa musica non sia un’attività secondaria, né una stravagante distrazione, ma una visione del futuro. Era un’affermazione che mise a disagio i suoi contemporanei. A molti sembrava caos. Miles Davis la liquidò senza esitazione. Roy Eldridge la definì «una sciocchezza». Il pubblico abbandonò la sala. Eppure, altri — John Lewis del Modern Jazz Quartet, Leonard Bernstein e, alla fine, lo stesso Coltrane — ne riconobbero la profondità. Vi udirono libertà, onestà, un liberarsi da ogni artificio.
Ascoltando “Lonely Woman” su vinile, l’effetto è ancora più nitido. La linea all’unisono degli ottoni risulta frastagliata e umana, non perfetta come quella di una macchina, e proprio quell’imperfezione ne costituisce la verità. Il basso di Haden è cupo, quasi malinconico, e funge da ancora per una musica che altrimenti sembrerebbe fluttuare senza legami. La batteria di Higgins è irrequieta ma mai prepotente, con i piatti che sussurrano come onde. Ciò che emerge è meno una canzone che uno stato d’animo, una condizione dell’essere: un dolore che non trova pace, un dolore che deve muoversi.
Il brano successivo, “Eventually”, trabocca di energia, con il tema che procede a balzi con vivace insistenza. Qui, il sax contralto di Coleman si muove in modo imprevedibile, con linee che ignorano i tradizionali punti di riferimento armonici, lanciandosi invece verso l’istinto melodico. Don Cherry risponde con la sua voce sfrontata e giocosa, a volte scontrandosi, a volte facendo eco. Non è ordinato, ma è vivo. Segue “Peace”, e il titolo non è casuale. Gli ottoni intonano un tema di tenerezza e, sebbene le improvvisazioni continuino a vagare, non perdono mai il loro lirismo. Sembra un inno: fragile, alla ricerca e profondamente sincero.
“Focus on Sanity” incarna la filosofia di Coleman. Il tema emerge con audacia, per poi dissolversi in un’improvvisazione in cui ogni strumento si esprime su un piano di parità. Il basso di Haden non si limita a seguire il ritmo; dialoga. Higgins non è un semplice custode del tempo, ma un complice. Gli ottoni si intrecciano, a volte allineati, a volte distanziati. L’effetto è quello di un organismo vivente, in costante mutamento, sempre reattivo. “Chronology” chiude il disco con una nota più leggera, quasi sfacciata, il cui tema dal ritmo incalzante suggerisce che la libertà non è solo solenne, ma anche gioiosa.
Ciò che colpisce oggi, a più di sessant’anni di distanza, è quanto tutto ciò risulti coerente. Le accuse di caos non reggono più. Si percepisce invece la straordinaria sintonia del quartetto. Coleman e Cherry si muovono come le due facce di un unico pensiero, una voce penetrante, l’altra rotonda. Haden ascolta con rara sensibilità, scegliendo note che fungono da ancora ma non impongono nulla. Higgins spinge la musica in avanti con uno swing sciolto, aperto, propulsivo. Lungi dall’essere disordine, si tratta di una conversazione profonda, che scorre con intensità ed empatia.
Coleman definì il suo concetto “harmolodics” — una democrazia di melodia, armonia e ritmo, in cui nessun singolo elemento prevale sugli altri. Il termine stesso è sfuggente, mai definito appieno, ma la pratica è evidente in questo disco. La musica respira come un tutt’uno. Non c’è gerarchia, né cambi di accordi che impongano obbedienza. C’è invece fiducia: fiducia nel fatto che ogni musicista possa esprimersi ed essere comunque ascoltato, che la musica possa avere senso anche senza una mappa.
Per alcuni, questa apertura continua a risultare inquietante. Il jazz era sempre stato sinonimo di improvvisazione, sì, ma entro schemi prestabiliti. Gli standard, le forme blues e le progressioni di accordi costituivano il linguaggio comune. Coleman suggeriva che quel linguaggio potesse essere reinventato ogni volta. Non si trattava di distruzione, ma di liberazione. Ed è forse per questo che *The Shape of Jazz to Come* conserva ancora oggi tutta la sua forza. Non è un prodotto rifinito, ma una proposta grezza: e se la musica potesse essere libera?
Ascoltarlo oggi in un bar dedicato all’ascolto è un’esperienza intensa. Il disco non rimane educatamente in sottofondo; trasforma l’atmosfera. “Lonely Woman” avvolge la stanza nella sua malinconica solennità. Le conversazioni si interrompono, l’attenzione si concentra. Alcuni ascoltatori sono ipnotizzati, altri turbati. Questa reazione contrastante fa parte della vita della musica. Provoca, ti chiede qualcosa. In un mondo saturo di suoni pensati per rasserenare, il disco di Coleman insiste sull’onestà, per quanto scomoda possa essere.
Eppure qui c’è una bellezza inconfondibile. Il timbro di Coleman, sebbene spesso descritto come “nasale” o “stridente”, trasmette un’intimità che i sassofonisti più raffinati raramente riescono a raggiungere. Sembra genuino, umano, come un discorso che si inceppa in gola. La tromba di Don Cherry, con la sua luminosità incrinata, aggiunge un’altra sfumatura di vulnerabilità. Insieme, il loro suono è più vicino alla canzone popolare che all’arte colta: diretto, imperfetto, profondamente comunicativo.
Anche l’eredità è inevitabile. Questo disco ha posto le basi per il free jazz, per le successive esplorazioni di Coltrane, per i lamenti di Albert Ayler, per le astrazioni di Cecil Taylor. Ha aperto porte che non potevano più essere chiuse. Persino chi lo ha snobbato non ha potuto ignorarlo. Ha ampliato l’orizzonte di ciò che il jazz poteva essere, non offrendo un modello perfetto, ma insistendo sul fatto che l’imperfezione, l’esplorazione e il rischio fossero legittimi. Ha reso il jazz meno incentrato sulla correttezza e più sul coraggio.
Su vinile, l’ascolto di un disco è un’esperienza tattile. La stampa della Atlantic ha un calore che ti coinvolge, una materialità che lo streaming non riesce a riprodurre. Gli ottoni balzano in primo piano, il basso risuona con corposità, la batteria brilla di riverbero ambientale. Le imperfezioni — il fruscio del nastro, le interferenze dei microfoni — non fanno che esaltarne la presenza. Sembra vivo, urgente, attuale.
Lo stesso Coleman avrebbe poi spinto ancora più in là i confini: *Free Jazz* nel 1960, un doppio quartetto che improvvisava simultaneamente, poi opere sinfoniche, gruppi elettrici, funk armolodico. Ma *The Shape of Jazz to Come* rimane la sua espressione più concentrata, il momento in cui la porta si è aperta per la prima volta. Suona ancora radicale non per il volume o la densità, ma per la sua onestà. Ha il coraggio di suonare esattamente come se stesso, né più né meno.
Ascoltare con attenzione significa accettare il suo invito: lasciar andare le aspettative, ascoltare senza la rete di sicurezza degli accordi, seguire la melodia ovunque essa conduca. È un promemoria del fatto che l’ascolto non è passivo, ma attivo, un atto di fiducia. E in questo senso, la forma del jazz a venire è sempre stata la forma dell’ascolto stesso.
Rafi Mercer scrive degli spazi in cui la musica è protagonista. Per altre storie da "Tracks & Tales", iscriviti, oppure clicca qui per saperne di più.