Radiohead – Kid A (2000)

Radiohead – Kid A (2000)

Di Rafi Mercer

Un ronzio frammentato, elettronico e inquietante, apre lo spazio. Poi entra una voce elaborata — quella di Thom Yorke, ma alterata, distante, come se fosse mezzo addormentata o parlasse attraverso le interferenze. «Everything in its right place…» L’ironia è immediata: nulla sembra al posto giusto. Pubblicato nell’ottobre 2000, *Kid A* rappresentò la rottura radicale dei Radiohead con il rock chitarristico degli anni ’90, un album che abbandonò le aspettative e abbracciò la frammentazione, l’alienazione e l’atmosfera. Così facendo, ridefinì il significato stesso di essere una grande band rock all’alba del nuovo millennio.

Lo sfondo era di totale esaurimento. Dopo il successo di *OK Computer* (1997), i Radiohead erano stati acclamati come i salvatori del rock, gli ultimi di una stirpe che andava dai Pink Floyd agli U2. Ma la pressione li ha quasi distrutti. Yorke soffriva di blocco creativo e depressione, incapace di scrivere canzoni tradizionali. La band si rifugiò nella sperimentazione, traendo ispirazione dalla musica elettronica (Aphex Twin, Autechre), dalla musica classica contemporanea, dal free jazz e dal Krautrock. Il risultato fu *Kid A*: un album che lasciò perplessi alcuni fan, allontanò parte dell’industria discografica, ma che divenne comunque uno dei dischi più influenti della sua epoca.

Il brano di apertura, “Everything in Its Right Place”, dà il tono all’album. Costruito su accordi di tastiera in loop, rinuncia completamente alle chitarre. La voce di Yorke viene frammentata, elaborata e sovrapposta fino a sembrare spettrale. L’effetto è ipnotico, inquietante, avvincente. Segue il brano che dà il titolo all’album, un pezzo glitch quasi privo di parole in cui la voce di Yorke viene alterata e distorta fino a diventare un canto alieno. «The National Anthem» esplode con una linea di basso fuzz e una sezione di ottoni cacofonica, in cui il caos del free jazz si scontra con la propulsione del rock.

“How to Disappear Completely” costituisce il fulcro emotivo dell’album: una ballata lenta e struggente in cui Yorke canta del distacco — “Non sono qui, questo non sta accadendo” — su un accompagnamento di archi crescenti arrangiati da Jonny Greenwood. È un brano devastante, eppure stranamente bello, che incarna l’equilibrio tra alienazione e intimità che caratterizza l’album. “Treefingers”, un interludio ambient, dissolve completamente la forma della canzone, trasformandosi in pura atmosfera.

Il lato B accentua l’atmosfera di stranezza. “Optimistic” è il brano che più si avvicina a un pezzo rock convenzionale, ma anche qui le chitarre sono sobrie, il tono sommesso. “Idioteque” è una rivelazione: un brano dance costruito su freddi beat elettronici e campionamenti di musica sintetica dei primi anni ’70, con Yorke che intona versi apocalittici — “L’era glaciale sta arrivando, fatemi sentire entrambe le versioni”. Rimane una delle canzoni più radicali e intramontabili dei Radiohead. “Morning Bell” è inquietante, con il suo ritmo circolare e i testi oscuri. L’album si chiude con “Motion Picture Soundtrack”, una ballata spettrale per organo con arpe sintetiche, che termina nel silenzio e nel rumore statico.

Ciò che rende straordinario “Kid A” è il suo rifiuto della certezza. È frammentato, sfuggente, volutamente oscuro. Eppure, proprio nella sua stranezza si nasconde un’immensa emozione. La voce di Yorke, anche quando elaborata, trasmette vulnerabilità. Gli arrangiamenti di Greenwood regalano bellezza nel caos. La disciplina della band impedisce che la sperimentazione degeneri in autoindulgenza. Il risultato è un album che appare al tempo stesso alieno e umano, frammentato ma completo.

All’epoca, la sua uscita suscitò pareri contrastanti. Alcuni critici accusarono i Radiohead di pretenziosità, di aver abbandonato il rock in favore dell’artificiosità. Altri, invece, ne riconobbero la genialità. L’album divenne rapidamente un punto di riferimento per il nuovo secolo: un disco che incarnava il malessere della globalizzazione, l’alienazione digitale e l’angoscia dei millennial. La sua influenza è stata enorme, plasmando ogni genere, dall’indie rock alla musica elettronica fino al pop sperimentale.

Ascoltandolo oggi, *Kid A* appare straordinariamente inclusivo nonostante la sua stranezza. I suoi ritmi sono ipnotici, le sue trame coinvolgenti, la sua vulnerabilità palpabile. Non è necessario comprenderne i riferimenti per percepirne il peso. Invita gli ascoltatori — donne e uomini, fan di lunga data o neofiti — a entrare nel suo mondo, non attraverso la chiarezza ma attraverso l’atmosfera. Propone un nuovo modo di ascoltare: paziente, aperto, disposto a soffermarsi nell’incertezza.

Su vinile, l’album rivela nuove sfaccettature. Il calore della stampa smussa i contorni digitali, rendendo le trame tangibili. La sequenza dei brani — con le interruzioni tra i lati che spezzano il flusso — rafforza il senso di frammentazione. La copertina, disegnata da Stanley Donwood e Yorke, rispecchia il suono: montagne digitali frastagliate, fredde ma stranamente belle, paesaggi di inquietudine.

A distanza di oltre due decenni, “Kid A” rimane un album profetico. I suoi temi – l’alienazione, lo sradicamento, il terrore ambientale e l’ansia tecnologica – appaiono oggi ancora più incisivi. Eppure non è solo un album cupo. La sua bellezza risiede nella sua onestà, nella sua disponibilità ad ammettere le fratture, nella sua capacità di trovare tenerezza nella dissonanza. Non è musica rassicurante, ma è una consolazione: la prova che non siamo soli nel nostro disagio.

Ascoltarlo oggi significa non solo sentire i Radiohead nella loro versione più audace, ma anche il suono di un’epoca che si confronta con se stessa. Significa convivere con l’incertezza, ascoltare con calma, accettare la frattura come parte della condizione umana. E, così facendo, scoprire che anche nell’alienazione c’è un legame.

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