Robert Owens – Rhythms in Me (1990)
Una vera e propria capsula del tempo della deep house del 1990, in cui “A.M. Blues Overture” trasforma l’album in una rivelazione che si svela lentamente — Robert Owens ci ricorda quanto la musica house possa essere umana.
Di Rafi Mercer
Potresti ascoltare *Rhythms in Me* nel modo giusto: posizionare la puntina su “Visions” e lasciare che la batteria e gli accordi ti trasportino nel mondo di Robert Owens, proprio come in qualsiasi rispettabile uscita del 1990 della Island / 4th & B’way. Ma il modo più interessante per avvicinarsi all’album è fare proprio quello che non si dovrebbe: andare direttamente alla fine e mettere in riproduzione “A.M. Blues Overture”. Nove minuti dopo, guarderai l’album con occhi diversi — proprio come a volte si capisce una storia solo dopo averne ascoltato l’ultima pagina letta ad alta voce.

“A.M. Blues Overture” dà la sensazione che qualcuno stia uscendo dal locale insieme a te. Il tempo si fa più rilassato, il mix si amplia e, all’improvviso, il disco non è più solo musica house: è memoria, stanchezza, gioia e rimpianto racchiusi in un unico, lungo respiro. La voce di Owens fluttua dentro e fuori dalla nebbia, affiancata da Jocelyn Brown e Connie Harvey: tre presenze dalle sfumature gospel che aleggiano su un sottofondo sonoro alla Frankie Knuckles / Satoshi Tomiie / David Morales che appare al tempo stesso monumentale e intimo. È il 1990, ma potrebbe benissimo essere oggi: lo stesso dolore, la stessa dolcezza delle quattro del mattino.
Ciò che rende *Rhythms in Me* un album così piacevole da ascoltare è il modo in cui nasconde la propria struttura emotiva all’interno di quello che, sulla carta, sembra un semplice debutto house in stile Chicago/New York. Dieci brani, cinquantadue minuti, pubblicato proprio nel momento in cui la house si stava frammentando in una dozzina di direzioni e le grandi major nutrivano ancora la flebile speranza che si comportasse come la musica pop. Ciò che si ottiene invece è qualcosa di più sottile: un disco che continua a trascinarti un po’ più in profondità ogni volta che pensi di averlo capito.
Prendiamo i primi brani: “Visions”, “Changes”, “Don’t Wait”, “Happy”. A prima vista, è il classico territorio dei Def Mix: accordi caldi, una programmazione di batteria pulita, linee di basso che si mantengono al limite della discrezione. Ma ascoltando con attenzione, si iniziano a cogliere le sfumature: piccole digressioni vocali che sembrano troppo personali per un locale da ballo; melodie che virano verso la malinconia proprio quando ci si aspetta di alzare le mani al cielo. Owens canta come un uomo che sa che la pista da ballo è un rifugio, non una via di fuga. Le canzoni sono pensate per far muovere i corpi, ma in realtà sono scritte per quelle menti che alle 3 del mattino riflettono troppo.
Poi c’è la parte centrale dell’album: “Message From My Heart”, “A.M. Blues”, “Far Away” e la stessa “Rhythms in Me”. È qui che il disco diventa una vera e propria esperienza di ascolto, piuttosto che uno strumento per DJ. Gli arrangiamenti si allungano, i tasti assumono un tono più riflessivo e le frequenze basse sembrano meno una grancassa e più il respiro di qualcuno accanto a te. Nella produzione si percepisce ancora molto dello stile del 1990 — quelle frequenze alte nitide e cristalline, la sensazione che lo studio facesse fatica a stare al passo con l’ambizione — ma è proprio quell’atmosfera d’epoca a renderne l’ascolto così appagante oggi. È il suono della musica house che impara a stare ferma abbastanza a lungo da poter avere una conversazione.
Ciò che tiene insieme il tutto, però, è proprio Owens stesso. Quando uscì *Rhythms in Me*, era già da un po’ “la voce della house”: i Fingers Inc., “Bring Down the Walls”, “I’m Strong”, “Tears”, tutti orbitavano attorno a lui come satelliti. È in questo album che a quella voce viene concesso uno spazio illimitato per esprimersi. Non esagera nel canto. Si affida alla vulnerabilità, sussurrando dove altri cantanti urlerebbero, lasciando che sia il groove a veicolare il messaggio invece del contrario. È una musica profondamente umana, anche quando la produzione raggiunge il massimo della purezza.
Ed è proprio qui che *Rhythms in Me* diventa un eccellente album da “ascolto a sorpresa”. Non si presenta come un capolavoro. Si insinua nella stanza come musica di sottofondo e poi, brano dopo brano, riorganizza i mobili nella tua testa. Lo metti su aspettandoti un classico della storia della house — un po’ di nostalgia, un po’ di fascino d’altri tempi — e da qualche parte tra “Changes”, “Far Away” e quella lunga e fluttuante “A.M. Blues Overture”, ti rendi conto che lo stavi ascoltando davvero, non solo annuendo a ritmo.
È anche un promemoria di qualcosa che continuiamo a riscoprire: la deep house, al suo meglio, è un mezzo discreto. Ha peso senza alzare la voce. *Rhythms in Me* è pensato proprio per quel tipo di sessione — quelle ore tra la tarda notte e le prime ore del mattino in cui si cerca una sorpresa senza shock, profondità senza drammaticità. Alzate il volume su un buon impianto e vi svelerà i suoi strati: hi-hat avvolti dall’aria, pad che si espandono lentamente nel campo stereo, voci che sembrano tridimensionali anziché fissate al centro. Abbassate il volume e diventa una sorta di sfondo emotivo, che tinge la stanza senza imporsi. Entrambe le modalità funzionano.
E poi, quando segui il mio consiglio e passi direttamente al finale, “A.M. Blues Overture” ridefinisce tutto ciò che è venuto prima. Si percepisce l’intero album come una lunga preparazione a quell’ultimo accordo irrisolto — una lettera d’amore all’ora liminale in cui la notte e il mattino negoziano i termini. Sull’etichetta c’è scritto 1990, ma nel tuo salotto è proprio adesso: un uomo, una voce, tre decenni di storia della musica house racchiusi in nove pazienti minuti.
Se state cercando un album da ascoltare che riesca ancora a sorprendere — non con espedienti, ma con sincerità — “Rhythms in Me” vi sta aspettando. Pensate di sapere cosa vi aspetta. Poi parte l’ouverture e il disco, con discrezione, vi dimostra che vi sbagliate.
Rafi Mercer scrive degli spazi in cui la musica è protagonista.
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