La storia dietro l'etichetta

La storia dietro l'etichetta

Rafi Mercer riflette sull'arte delle etichette discografiche — dalla Blue Note alla Factory

Di Rafi Mercer

C’è qualcosa nel centro di un disco — quell’etichetta circolare — che sembra ancora una stretta di mano segreta. Prima che risuoni la prima nota, prima che la puntina tocchi il solco, sta già sussurrando qualcosa. Un colore, un carattere tipografico, una promessa. Quei minuscoli dischi di design sono, a modo loro, le impronte digitali della storia della musica. Blue Note. Impulse!. Verve. Island. Factory. Ognuna di esse dice: sei in buone mani; sappiamo cosa significa il suono.

Ultimamente sto abbozzando la mia versione: un’etichetta “Tracks & Tales”. Un semplice cerchio rosso, bianco e blu, con la scritta “Made by the Tracks & Tales people”. È iniziato come un esercizio di design, ma si è rapidamente trasformato in un esperimento mentale. E se ogni disco di cui scriviamo avesse anche una sua storia legata all’etichetta? E se, proprio come il marchio del distillatore su una bottiglia, ti raccontasse qualcosa sulle origini della musica, su chi se ne è occupato e su quali emozioni dovrebbe suscitare in te?

Le etichette discografiche lo hanno sempre fatto, anche quando non era loro intenzione. Alcune erano come cartografi, che tracciavano intere mappe di mondi sonori. Bastava uno sguardo per capire cosa ci fosse dentro. Il blu intenso e il bianco della Blue Note simboleggiavano la precisione del jazz: pulito, moderno, con quel “cool” newyorkese. I codici minimalisti della Factory erano la cassa di risonanza di Manchester: numeri anziché nomi, cieli grigi e fede brutalista. La palma della Island era calore, ottimismo, un disco che profumava vagamente dei Caraibi anche se ascoltato sotto la pioggia di Birmingham. Non erano solo aziende; erano sistemi di gusto, portali. Non c’era bisogno di conoscere l’artista per fidarsi dell’etichetta.

L’etichetta T&T Guide — se così posso chiamarla — fa proprio questo modo di pensare. È un segno di connessione più che di commercio. Un promemoria del fatto che la musica, quando viene creata e condivisa nel modo giusto, ha una discendenza. Ogni etichetta ti dice chi l’ha creata, chi ci ha creduto e perché era abbastanza importante da essere stampata su vinile. Sul prototipo ho scritto: Good Times (Everyone) – 24.7.365. Forse è proprio questo il messaggio. Che il buon suono è sempre in circolazione. Che spetta a noi, collettivamente, riprodurlo, preservarlo e tramandarlo.

Quando ho in mano un disco, lo giro sempre dall’altra parte, ne accarezzo il bordo, ne studio l’etichetta. È un piccolo rituale. Mi dice in quale epoca sto per immergermi. Alcune etichette hanno un certo peso — quel cartoncino spesso, quegli inchiostri intensi — che rendono la musica più ponderata. Sono state stampate per durare, non per essere sfogliate. L’etichetta di un disco è un patto di fiducia: l’abbiamo realizzata perché tu la ascoltassi, non perché la consumassi. Da qualche parte lungo il percorso, il digitale ha spogliato tutto di questo significato. Ma forse, nella cultura dei bar dedicati all’ascolto e dello “slow sound”, l’etichetta sta ritrovando la sua strada.

A volte penso a Tracks & Tales come a una sorta di etichetta, in realtà. Non produciamo vinili (non ancora), ma diamo forma alle idee. Raccogliamo suoni, storie ed esperienze che formano un unico catalogo. Un giorno potrebbero esserci delle vere e proprie uscite: collaborazioni tra bar, artisti e ascoltatori. Immaginate un 12 pollici di Studio Mule, masterizzato a Tokyo, mixato a Lisbona e pubblicato con il marchio rosso e blu di T&T. Musica che racchiude la stessa cura e maestria artigianale dei bar di cui scriviamo.

C’è poesia in questo pensiero: ogni barra di ascolto con la sua edizione, ogni copertina di disco una piccola geografia di connessioni. È così che un tempo funzionavano le etichette: non solo come produttori, ma come curatori di un senso di appartenenza. La gente comprava l’etichetta prima ancora di conoscere il brano. Forse è proprio questa l’energia di cui abbiamo nuovamente bisogno: quella in cui la qualità è una firma, non uno slogan.

Ebbene sì, Rafi Mercer, designer di etichette discografiche… chi l’avrebbe mai detto? È partito tutto da uno schizzo, ma mi ha ricordato che il centro di ogni disco racchiude la storia di come è stato realizzato e per chi è stato creato. È l’impronta dell’anima del mondo della musica. E forse, solo forse, anche Tracks & Tales ne merita una.

Rafi Mercer scrive degli spazi in cui la musica è protagonista. Per altre storie da "Tracks & Tales", iscriviti, oppure clicca qui per saperne di più.

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