The Velvet Underground & Nico – The Velvet Underground & Nico (1967)

The Velvet Underground & Nico – The Velvet Underground & Nico (1967)

Di Rafi Mercer

Un tamburello tintinna, la chitarra di Lou Reed scandisce un ritmo costante e la viola ronzante di John Cale comincia a farsi strada nel mix. Poi arriva quella voce inconfondibile: Nico, fredda, distante, quasi distaccata. «Sunday morning, praise the dawning…» Con la copertina dalle maniche a forma di banana realizzata da Andy Warhol e il suo suono senza compromessi, *The Velvet Underground & Nico*, pubblicato nel 1967, rimane uno degli album più influenti della musica moderna. Più che un esordio, fu una rottura: un disco che trasformò il rumore in arte, il tabù in tema di discussione e l’underground in un modello creativo.

Il contesto culturale è fondamentale. Mentre la “Summer of Love” dipingeva la psichedelia con colori vivaci e utopici, i Velvet Underground dipingevano con le ombre. Cantavano di eroina, sadomasochismo, alienazione urbana e fragile bellezza — temi ben lontani dal sole di San Francisco. Con sede a New York, assorbirono la crudezza della città, il minimalismo dell’arte del downtown, il distacco della Factory di Warhol. Laddove la maggior parte del rock degli anni ’60 prometteva una via di fuga, i Velvets documentavano la realtà: cruda, inquietante, ma innegabilmente poetica.

L’album si apre in modo ingannevolmente delicato con “Sunday Morning”, una ninna nanna venata di paranoia, in cui la fragile voce di Reed è controbilanciata dallo scintillio della celesta. Da lì, però, si tuffa in territori più oscuri. “I’m Waiting for the Man” racconta una transazione di droga nell’Uptown di Harlem, guidata dalla voce impassibile di Reed e da un riff di pianoforte inarrestabile. «Venus in Furs», con l’interpretazione gelida di Nico e il ronzio della viola di Cale, si immerge nel mondo del sadomasochismo, con un testo tratto dal romanzo di Leopold von Sacher-Masoch. «Heroin», forse il brano centrale dell’album, è crudo e straziante: un motivo ripetitivo basato su due accordi che alterna momenti di calma a momenti di caos frenetico, rispecchiando l’euforia e il crollo provocati dalla droga stessa.

In un altro brano, “All Tomorrow’s Parties” mette in luce la voce di Nico nella sua espressione più solenne, con il suo contralto che trasforma i raduni della Factory di Warhol in un rituale gotico. “Femme Fatale”, scritta per la superstar di Warhol Edie Sedgwick, è quasi pop ma venata di malinconia. «European Son», il caotico brano di chiusura, esplode in un rumore libero e abrasivo, come se volesse fare a pezzi le convenzioni del rock.

Ciò che rende straordinario questo album è il suo rifiuto della raffinatezza. La voce di Reed è piatta, quasi colloquiale. La viola di Cale è abrasiva, monotona. La produzione è grezza, a tratti confusa. Ma proprio quella ruvidità è la sua forza. Dà la sensazione di essere vissuta, reale, senza fronzoli. È una musica che non seduce, ma che mette a confronto. In un’epoca in cui il pop stava diventando sempre più raffinato, i Velvet Underground hanno insistito sull’imperfezione, sulla distorsione, sulla grinta.

All’inizio, il disco non ebbe grande successo. Il grande pubblico lo trovava troppo aggressivo, troppo strano. Eppure la sua influenza crebbe in modo discreto ma profondo. Brian Eno osservò, in una famosa dichiarazione, che sebbene all’inizio solo poche migliaia di persone avessero acquistato l’album, «tutti quelli che lo fecero formarono una band». Punk, post-punk, noise rock, alternative, indie: tutti ne portano il DNA. Il suo minimalismo, la sua onestà, il suo abbracciare i tabù hanno aperto porte che rimangono aperte ancora oggi.

Ascoltandolo oggi, l’album appare straordinariamente inclusivo nonostante la sua asprezza. Non è musica di virtuosismo né di esclusione. È diretta, semplice, democratica. Chiunque abbia una chitarra, una batteria, una voce potrebbe immaginarsi di fare musica come questa. I temi trattati possono essere cupi, ma il suo spirito è liberatorio: l’arte non deve necessariamente essere bella per essere importante, e la bellezza si può trovare anche in ciò che è grezzo e imperfetto.

Per le donne, la presenza di Nico è fondamentale. In un ambiente spesso dominato dalle pose maschili, la sua voce aggiunge serietà e distacco. Non è una musa, ma una partecipante; non è un accessorio, ma una co-creatrice. Il suo modo di cantare freddo e androgino ha conferito all’album un’aura ultraterrena, bilanciando il realismo da strada di Reed. Insieme, hanno incarnato un mondo in cui genere, sessualità e identità potevano essere fluidi, instabili, avventurosi.

Su vinile, l’album conserva tutta la sua forza. Il crepitio non fa che amplificarne il carattere grezzo, il ronzio della viola di Cale vibra attraverso gli altoparlanti, le jam caotiche riempiono la stanza di minaccia ed energia. La copertina con la banana — disegnata da Warhol, completa di adesivo staccabile nella stampa originale — è diventata una delle copertine d’album più iconiche, simbolo sia dell’arguzia della pop art che della provocazione underground.

A distanza di quasi sessant’anni, *The Velvet Underground & Nico* continua a sembrare un album radicale. I suoi temi rimangono crudi, il suo suono è ancora incisivo, la sua sincerità continua a essere stimolante. Ci ricorda che la musica può sia confrontarsi che confortare, sia turbare che rasserenare. E che, a volte, le opere più influenti sono proprio quelle che osano essere difficili.

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