Voodoo – D’Angelo (2000)

Voodoo – D’Angelo (2000)

Di Rafi Mercer

Quando “Voodoo” uscì nel gennaio 2000, erano già cinque anni che lo aspettavo. Ricordo ancora quando avevo tra le mani la copia in vinile in anteprima — quella copertina marrone scuro, la fotografia sfocata di D’Angelo per metà in ombra — e mi resi conto, prima ancora di ascoltarlo, che non sarebbe stato un “Brown Sugar, Parte Seconda”. C’era qualcosa in quel disco che lo faceva sembrare più pesante, più lento, più ponderato.

Quella prima sera l’ho ascoltato sul mio impianto di casa — un oggetto che avevo recuperato dal magazzino di Oxford Street — e fin dalle prime battute di “Playa Playa”, l’atmosfera nella stanza è cambiata. Il ritmo non è semplicemente iniziato; si è formato. Come il tempo che si sta addensando.

“Voodoo” è stato registrato agli Electric Lady Studios di New York, e nell’ascolto si percepisce l’essenza stessa dell’edificio: i suoi soffitti bassi, il legno, i suoi fantasmi. D’Angelo si è circondato dei Soulquarians — Questlove, Pino Palladino, James Poyser, Q-Tip, Roy Hargrove — e ha realizzato un album che sembrava più una seduta spiritica che una sessione di registrazione. Non cercavano il successo radiofonico; cercavano l’atmosfera.

La prima cosa che si nota è il tempo. Tutto sembra rimanere indietro rispetto al ritmo — talmente indietro che sembra sul punto di crollare, eppure, in qualche modo, non lo fa mai. Questlove una volta lo ha descritto come “funk da ubriachi”, ed è l’espressione perfetta. Il groove barcolla, si inclina, ondeggia, poi ritrova il suo equilibrio. È il suono di musicisti che si ascoltano a vicenda piuttosto che suonare per un pubblico.

“Playa Playa” si snoda come un rituale. La linea di basso è fluida, il fraseggio di Pino incredibilmente elastico. Gli ottoni si insinuano come incenso. “Devil’s Pie”, prodotta da DJ Premier, va nella direzione opposta: fragile, essenziale, da strada. Il suo messaggio è gospel e grinta: “Non c’è spazio per gli innocenti”. Poi arriva “Left and Right”, con Method Man e Redman che si scambiano strofe come raffiche di interferenze, l’unico vero flirt con il mondo esterno presente nel disco.

Ma Voodoo non riguarda gli ospiti; riguarda l’alchimia. “The Line”, “One Mo’Gin”, “The Root”: ogni brano sembra una lenta discesa verso frequenze più profonde. Il mix è denso ma nitido, ogni strumento occupa uno spazio piuttosto che una posizione. Con degli altoparlanti adeguati, si percepisce il calore del nastro, il leggero strascicare del nastro, i fantasmi tra le frequenze. È analogico nello spirito e nell’anima.

E poi c’è “Untitled (How Does It Feel)”. Anche adesso, a distanza di decenni, è difficile descriverla a parole. Non è una canzone: è una lenta possessione. Una singola ripresa, con D’Angelo che suona tutto da solo e Questlove alla batteria. Nessuna sovraincisione, nessun montaggio, nessuna via di fuga. Si sviluppa a ondate — desiderio, tensione, liberazione — ma non si risolve mai del tutto. Quell’accordo sospeso alla fine, quello che rimane semplicemente sospeso, è uno dei momenti più perfettamente irrisolti della musica registrata.

La gente ricorda il video, ma è la registrazione la vera rivelazione. È ciò che accade quando qualcuno ripone fiducia nel silenzio tanto quanto nel suono. Si sente il rumore della stanza. Si sente il battito del suo cuore.

La sequenza dei brani dell’album ha un carattere quasi architettonico: dalla luce all’oscurità, dalla devozione alla ribellione, dal groove alla quiete. “Send It On” e “Spanish Joint” occupano il centro, radiose, quasi solari. Infine, “Africa” chiude il disco con grazia: simile a un inno, ciclica, ancestrale.

Quando uscì *Voodoo*, il mondo andava a mille — il panico per il problema dell’anno 2000, Napster, la prima ondata di compressione digitale — ed ecco che D’Angelo pubblicava un album che rallentava il tempo. Rifiutava la traccia metronomica, rifiutava la griglia. Non si poteva campionarlo in modo preciso; bisognava ascoltarlo con calma. Ed è per questo che ancora oggi si distingue da tutto il resto.

Ascoltandolo ora, sembra quasi un antidoto a tutto ciò che è venuto dopo. Ogni suono di *Voodoo* è imperfetto per scelta. Respira, si piega, si gonfia. È ciò che accade quando il groove diventa filosofia — quando il ritmo stesso inizia a porsi domande sulla fede, sulla carne e sul tempo.

Ciò che mi stupisce ancora è la sua pazienza. Nessuno va di fretta, nessuno esagera. La band si affida allo spazio. In questo senso è quasi jazz — non nell’armonia, ma nello spirito. Voodoo è una conversazione, non una composizione.

Quando ripenso alle ore che ho trascorso con quel disco quell’anno — in negozio, in giro, durante lunghe notti e mattinate all’alba — è proprio la sua consistenza a rimanermi impressa. Il timbro della sua voce, il ronzio sommesso dei bassi che risuona da un impianto di qualità, la sensazione della puntina che affonda nei solchi profondi del vinile. Ho ascoltato migliaia di dischi nella mia vita, ma pochi mi sono rimasti nel sangue come questo.

Con il passare del tempo, “Voodoo” ha finito per sembrare meno un album e più un oggetto d’arte — una testimonianza di un’epoca in cui il suono era ancora avvolto nel mistero. Nei locali da Tokyo a New York, si percepisce ancora la sua presenza nell’aria. I DJ abbassano le luci, mettono “The Root” e osservano le conversazioni spegnersi. La gente non balla; si avvicina, rapita.

Venticinque anni dopo, la sua influenza permea silenziosamente ogni cosa — da *Mama’s Gun* di Erykah Badu a *To Pimp a Butterfly* di Kendrick Lamar . Persino l’attuale ondata di collettivi live-soul deve molto al rifiuto di questo disco di conformarsi.

Ma al di là dell’influenza, *Voodoo* rimane qualcosa di personale. Per me ha segnato il momento in cui la musica ha smesso di essere un prodotto per diventare presenza. È un disco che ti invita ad ascoltare con il corpo tanto quanto con le orecchie.

Ogni volta che lo ascolto, mi ritrovo in quel momento: il primo tocco della puntina, la luce soffusa, quella linea di basso che prende forma dal nulla. E ogni volta mi sembra di viverlo di nuovo.

È questo il potere della grande musica. Non si limita a fermare il tempo, ma lo azzera.


Rafi Mercer scrive degli spazi in cui la musica è protagonista.
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