“A Love Supreme” (1965) di John Coltrane — un capolavoro del jazz spirituale registrato in una sola notte
Di Rafi Mercer
Si apre con un gong, un bagliore sonoro simile all’inizio di un rituale, seguito dal basso di Jimmy Garrison, costante e misurato, che delinea un motivo di quattro note che accompagnerà l’intera opera. La batteria di Elvin Jones entra con ondate di piatti, gli accordi di pianoforte di McCoy Tyner risplendono con sobria insistenza, e poi entra lo stesso Coltrane, con il sassofono tenore che proclama un tema che appare al tempo stesso semplice e monumentale. Da questo momento in poi, *A Love Supreme* si dispiega non come un album jazz convenzionale, ma come una dichiarazione, una preghiera impressa nel vinile, un’opera di devozione che ha superato i limiti del proprio tempo ed è diventata una pietra miliare dell’arte del XX secolo.

Alla fine del 1964 Coltrane non era più semplicemente un musicista jazz, ma un uomo che aveva trasformato le sue lotte personali in qualcosa di più grande. Solo pochi anni prima era alla deriva, consumato dall’eroina e dall’alcol, con la carriera a rischio e la vita sul punto di crollare. Nel 1957 visse quello che definì un risveglio spirituale, un momento che lo liberò dalla dipendenza e gli diede un nuovo senso di scopo. Si immerse nei testi spirituali di diverse tradizioni, dal cristianesimo all’induismo, dall’islam al misticismo africano, assorbendo piuttosto che scegliendo, trovando in ciascuna di esse un linguaggio di devozione. Le note che scrisse nel libretto di *A Love Supreme* riflettono proprio questo: un semplice riconoscimento di gratitudine verso un potere superiore per la sua salvezza. Quella chiarezza spirituale si riversò direttamente nella sua arte, affinando il suo suono, approfondendo la sua ricerca e dando origine a questa suite.

Il quartetto riunito per la sessione — Tyner, Garrison, Jones e Coltrane — aveva già forgiato un suono collettivo tanto potente quanto intimo. Gli accordi di Tyner creavano un universo armonico al tempo stesso ricco e austero, le linee di basso di Garrison erano il battito cardiaco della band, ripetitive ma risonanti, la batteria di Jones era elementare, una marea in costante movimento, e il sassofono di Coltrane era il veicolo attraverso cui la preghiera si trasformava in respiro e suono. Insieme raggiunsero un suono che sembrava non essere vincolato da alcuna categoria, né jazz da piccolo gruppo né big band, né musica da camera né liturgia, ma qualcosa che racchiudeva tutto questo contemporaneamente.
La suite si apre con “Acknowledgement”, in cui Coltrane presenta il tema di quattro note che diventa un mantra. È al tempo stesso un punto fermo e un’invocazione, una forma semplice ripetuta e reinterpretata fino a trascendere se stessa. Nei minuti finali, Coltrane recita persino le parole «a love supreme», intonandole diciannove volte, con voce fragile ma insistente, quasi a ricordare a se stesso la devozione che desidera portare avanti. La musica passa poi a «Resolution», che eleva l’energia a qualcosa di radioso: il sax di Coltrane è urgente ma centrato, le cascate pianistiche di Tyner sono luminose e percussive, il basso è saldo, la batteria impetuosa. Ciò che era iniziato come una preghiera diventa determinazione, un voto a vivere quella devozione attraverso l’azione. Il fuoco si intensifica ulteriormente in «Pursuance», dove Jones apre con un assolo di batteria dall’energia vulcanica, con ritmi che si riversano in avanti come una tempesta. Coltrane risponde con improvvisazioni che salgono a spirale, urgenti e alla ricerca, mentre Tyner e Garrison tengono il passo con una spinta inarrestabile. È il suono della ricerca, di un’anima che tende verso il divino. Il movimento finale, “Psalm”, porta la quiete: Coltrane suona liberamente, senza un tempo prestabilito, modellando ogni frase in modo che rispecchi le parole di una poesia da lui scritta, trasformando essenzialmente la prosa in melodia. L’effetto è intimo e solenne, come se fosse lo stesso sassofono a recitare una preghiera. La suite si chiude non con un climax, ma con una benedizione, dissolvendosi nel silenzio.

Quando l’album uscì nel 1965, fu immediatamente riconosciuto come qualcosa di straordinario. Sia i critici che gli ascoltatori intuirono che non si trattava di un semplice disco jazz, ma di un’opera di devozione dalla risonanza universale. Ebbe un successo di vendite straordinario per un disco di quel genere, andando oltre il pubblico jazzistico per raggiungere ascoltatori di ogni provenienza. Nel corso dei decenni, la sua reputazione non ha fatto che crescere. Musicisti di ogni genere ne hanno tratto ispirazione, dal rock alla musica classica fino all’elettronica. Comunità spirituali di vario tipo lo hanno adottato come musica devozionale. Per le persone, è diventato un compagno nel dolore, nella meditazione e nella gioia. La sua forza risiede nella sincerità: Coltrane non assumeva atteggiamenti di facciata né predicava, ma offriva semplicemente la sua gratitudine attraverso il suono, ed è proprio questa onestà che continua a commuovere gli ascoltatori.
Ascoltarlo su vinile significa entrare in una cerimonia. Il calore della stampa amplifica l’intimità del quartetto: ogni risonanza dei piatti e del basso è a portata di mano. Il crepitio della puntina si fonde con il gong iniziale, rendendo il rituale tangibile. La musica non travolge, ma avvolge, trasformando qualsiasi stanza in un santuario. Non occorre comprendere la teoria del jazz né condividere la fede di Coltrane per percepirne il peso. Il mantra di quattro note è chiaro come un battito cardiaco, il viaggio dall’invocazione alla benedizione naturale come il respiro. È una musica che accoglie anziché escludere, uno spazio aperto dove donne e uomini, neofiti e intenditori possono ritrovarsi riflessi nella sua devozione.
A distanza di quasi sessant’anni, *A Love Supreme* non ha perso nulla della sua profondità. Rimane non solo il capolavoro di Coltrane, ma anche una delle registrazioni più profonde della storia moderna. Dimostra che la musica può essere più di un semplice intrattenimento, più di un’esibizione, più di una forma di cultura: può essere preghiera, architettura per l’anima, una struttura attraverso la quale la presenza e la trascendenza diventano udibili. Il desiderio di Coltrane era semplice: «rendere felici gli altri attraverso la musica». Con *A Love Supreme* è andato oltre la felicità, offrendo invece un senso di pienezza, un richiamo a ciò che significa rendere grazie attraverso il suono.
Rafi Mercer scrive degli spazi in cui la musica è protagonista. Per altre storie da "Tracks & Tales", iscriviti, oppure clicca qui per saperne di più.