Imparare ad ascoltare di nuovo: dagli iPod ai “listening bar”

Imparare ad ascoltare di nuovo: dagli iPod ai “listening bar”

Di Rafi Mercer

L'ascolto non è un'attività passiva. È un'abilità. Un'abilità che affiniamo, che possiamo perdere e che possiamo recuperare se ci teniamo abbastanza da provarci.

C’era un tempo in cui ascoltare significava essere presenti. Sedersi davanti al giradischi, con la copertina in mano, in attesa che la puntina scendesse sul disco. Si ascoltava il disco non come sottofondo, ma come l’evento principale della serata. Le pause tra i brani, le imperfezioni della stampa, il modo in cui un lato scorreva nell’altro: tutto aveva importanza. Quel rituale ti insegnava a concentrarti, a prestare attenzione, a lasciare che il suono riempisse la stanza.

Poi è arrivata la svolta digitale. Prima l’iPod, poi l’iPhone, poi Spotify e il suo infinito scorrere di canzoni. La musica è diventata portatile, abbondante, immediatamente accessibile. Ma in quell’abbondanza si è perso qualcosa. Ci siamo abituati ad ascoltare meno. A saltare i brani, a riprodurli in ordine casuale, a trattare il suono come sottofondo per altre attività. Abbiamo riempito il silenzio con playlist, ma raramente ci siamo fermati a immergerci nella musica stessa. La quantità ha sostituito la qualità. La comodità ha sostituito l’attenzione.

Non lo dico per nostalgia: ogni formato comporta vantaggi e svantaggi. Il digitale ci ha offerto accesso, scoperta, connessione. Ma ci ha anche abituati ad ascoltare in modo diverso: in fretta, distrattamente, con un orecchio sempre altrove. L’ascolto è diventato consumo. E quando ciò accade, ci si dimentica che c’è sempre qualcosa in più da ascoltare, basta solo dedicargli del tempo.

Ecco perché il “listening bar” sembra una novità così radicale. Non perché sia una novità, ma perché ci ricorda qualcosa che avevamo dimenticato: ascoltare è un’arte. In Giappone non hanno mai perso di vista questo concetto. I jazz kissa e i caffè dedicati all’ascolto di Tokyo e Osaka hanno mantenuto viva la fiamma per decenni, mentre gran parte del mondo si precipitava a capofitto verso la praticità. Lì, l’ascolto è rimasto lento, consapevole, reverente. La sala, l’impianto, il disco: tutto è pensato per ricordarti che la musica merita attenzione.

Forse ora il resto del mondo sta risvegliando nuovamente il proprio senso dell’udito. A Londra, Berlino, New York stanno spuntando i “listening bar”, non come una novità, ma come veri e propri santuari. Spazi in cui il silenzio è valorizzato, dove il suono viene scolpito, dove l’atto dell’ascolto si percepisce come un rituale condiviso. L’aumento delle vendite di vinili, la sete di esperienze dal vivo, l’attenzione con cui il pubblico più giovane si avvicina al suono: tutto indica lo stesso cambiamento. Stiamo riscoprendo che la qualità conta. Che la presenza conta. Che la musica è più di un semplice contenuto: è un’esperienza.

L’ascolto, se considerato come un’abilità, cambia tutto. Si cominciano a percepire la consistenza, la profondità, il silenzio. Si percepisce lo spazio tra gli strumenti, il respiro dietro una voce, il decadimento di un piatto che svanisce nel nulla. Si percepisce la stanza stessa — il modo in cui le pareti e l’aria modellano il suono. E, proprio grazie a questa percezione, si comincia ad ascoltare il mondo in modo diverso: le voci, gli spazi, il ritmo della vita che ci circonda.

Forse è proprio questo il vero dono del movimento dei “listening bar”. Non solo la possibilità di ascoltare impianti migliori, dischi migliori, ambienti migliori, ma anche il promemoria che tutti noi possiamo rieducare il nostro orecchio. Che l’ascolto non è qualcosa che si fa distrattamente, ma qualcosa che si pratica. E più ci si esercita, più il mondo si apre davanti a noi.

Quindi sì, forse abbiamo perso l’arte dell’ascolto in questi anni di playlist infinite e auricolari durante gli spostamenti quotidiani. Ma la storia non finisce qui. La rinascita della cultura dell’ascolto dimostra che siamo capaci di ricordare. Che le nostre orecchie possono risvegliarsi. Che il mondo, per quanto rumoroso, custodisce ancora spazi in cui il silenzio incornicia il suono e il suono incornicia il silenzio.

L'ascolto non è solo un'abilità. È un modo di essere presenti. Ed è un modo che stiamo imparando di nuovo, insieme.


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