Sale nella brezza, jazz nelle orecchie: il modo di ascoltare tipico delle coste australiane

Sale nella brezza, jazz nelle orecchie: il modo di ascoltare tipico delle coste australiane

Di Rafi Mercer

La prima cosa che si nota è l’aria. Le coste australiane emanano una freschezza che si protrae anche nell’entroterra, una nota salmastra che si insinua nelle serate e fa suonare la musica in modo diverso. I porti di Sydney, i vicoli di Melbourne, le terrazze di Perth affacciate a ovest: tutto sembra in sintonia con il mare. E ultimamente, in quell’aria, ha messo radici qualcosa di più tranquillo. Hanno cominciato a spuntare i «listening bar», che attingono alla tradizione globale dei kissa di Tokyo e dei jazz club di New York, ma sono plasmati dalla luce particolare e dall’atmosfera rilassata dell’Australia. Sale nella brezza, jazz sul giradischi: sta emergendo un modo di ascoltare tipicamente costiero.

L’Australia è nota da tempo per la sua musica ad alto volume, caratterizzata dai festival che si estendono su campi e spiagge. Grandi eventi all’aperto, locali affollati e sudati, il fragore degli impianti audio. Ma al di là di questa grandiosità, c’è sempre stato un altro ritmo: locali più intimi, incontri privati, cucine dove un disco gira mentre le finestre restano aperte sull’oceano. Il bar-ascolto cattura quell’intimità e la rende pubblica. Sottolinea che una città come Sydney, nota per i suoi spettacoli, può anche ospitare il silenzio. Dimostra che Melbourne, con i suoi bar nei vicoli e le sue porte nascoste, può abbracciare un rituale più lento, dove la conversazione si fa più sommessa e il vinile guida la serata.

C’è un’affinità naturale in tutto questo. Il vinile, come supporto, è tattile, consumato dal tempo, imperfetto — come un pezzo di legno trasportato dalla corrente e portato a riva, che porta con sé storie provenienti da altrove. Anche il jazz ha sempre prosperato nelle città costiere, viaggiando via nave, arrivando nei porti, portato da marinai ed emigranti. I dischi della Blue Note, che un tempo risuonavano nelle cantine di New York, sono approdati alle stampe giapponesi, per poi arrivare sui giradischi australiani, dove la puntina tracciava i solchi in stanze non lontane dalla risacca. Ascoltare Coltrane mentre si alza un vento da sud significa percepire lo scontro tra musica e tempo atmosferico: intensità nella stanza, sale nell’aria, entrambe forze elementari.

Ciò che mi colpisce è come questi locali sembrino meno delle “importazioni” e più delle “traduzioni”. A Tokyo, il silenzio fa da cornice al suono; a Berlino, il minimalismo definisce l’ambiente; a Parigi, l’intimità assume un’aria decadente. A Sydney o Melbourne, l’atmosfera è più leggera, influenzata dalla costa. Le porte sono spesso aperte, l’aria circola, il suono si diffonde delicatamente anziché rimanere confinato all’interno. La disciplina dell’ascolto è ancora presente — telefoni in modalità silenziosa, voci sommesse — ma ha un peso diverso. Meno severa, più rilassata. Il rituale non è meno serio, ma è addolcito dalla geografia.

Le vendite di vinili in Australia rispecchiano la rinascita globale di cui abbiamo parlato in *The Business of Vinyl*. I negozi di dischi a Fitzroy o a Newtown segnalano code nei giorni di uscita, i collezionisti si scambiano edizioni giapponesi nei retrobottega, gli ascoltatori più giovani riempiono gli scaffali di LP nonostante siano cresciuti con Spotify. Non è la nostalgia a spingerli, ma la sete di presenza. Un disco tra le mani dà una sensazione diversa rispetto a uno streaming nell’aria. E quando viene riprodotto in una stanza avvolta dal silenzio, quella differenza diventa una rivelazione.

Ricordo di essermi seduto in un piccolo bar a Melbourne, con un impianto modesto ma messo a punto con cura. Il disco era *Kind of Blue* di Miles Davis. Fuori, un tram passava sferragliando e, per un attimo, il rumore della città si fuse con il suono della tromba, del basso e della stanza stessa. Mi colpì il fatto che questo fosse ciò che l’Australia aggiunge alla cultura dei bar dove si ascolta musica: la permeabilità. Il sale, la brezza, il tram, il disco: tutto in dialogo. Qui l’ascolto non è mai isolato. È costiero, aperto, modellato dagli elementi.

C’è qualcosa di filosofico in tutto questo. In *Silence is a Luxury* ho sostenuto che l’ascolto è definito tanto da ciò che escludiamo quanto da ciò che includiamo. In Australia, l’esclusione è parziale. Il mare mormora sempre sulla riva, la brezza soffia sempre. E invece di infrangere la disciplina, la approfondisce. La musica diventa una conversazione non solo con i presenti, ma con l’ambiente stesso. Il jazz sul giradischi, il sale nell’aria: un duetto tra il suono umano e quello degli elementi.

Anche il modo di ascoltare tipico della costa influenza il repertorio. I bar prediligono il jazz, il soul e le atmosfere ambient che sembrano permeabili, che lasciano spazio all’aria. Un disco di Bill Evans suona in modo diverso con le finestre aperte su una notte d’estate a Sydney rispetto a come suona in uno scantinato chiuso a chiave a Shibuya. Stesso brano, ma con una sfumatura diversa. Gli ascoltatori se ne accorgono, tornano per questo, lo cercano. Col tempo, diventa un ricordo: musica legata al clima, dischi legati al luogo.

La diffusione globale dei “listening bar” dimostra un fatto importante: la cultura viaggia, ma si adatta sempre alle condizioni locali. L’Australia non si limita a imitare Tokyo o New York, ma sta creando una propria variante. E mentre il vinile continua la sua rinascita e le giovani generazioni scoprono il valore degli album, questi locali assumeranno un’importanza sempre maggiore. Saranno il punto di riferimento di una cultura che resiste alla frenesia, che valorizza i dettagli e che lascia spazio alla pazienza in un mondo che altrimenti ci sfuggirebbe via.

Quando di notte esco da una di queste stanze, la differenza è palpabile. L’orecchio si è sintonizzato sul silenzio, il corpo è stato placato dal rituale, il disco ha inciso il suo solco nella memoria. Fuori, la città ronza, l’oceano respira, il sale si diffonde nell’aria. L’ascolto non finisce sulla soglia; aleggia nell’aria. E questa, forse, è l’essenza del contributo dell’Australia al movimento: un ascolto che evoca la costa, aperto, vivo grazie agli elementi.

Il sale nella brezza, il jazz nel giradischi. Una cultura dell’ascolto nata a livello globale, vissuta a livello locale, plasmata dal mare.

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