La forza del groove — Perché il funk continua a conquistare il pubblico

La forza del groove — Perché il funk continua a conquistare il pubblico

Il funk — fusione di ritmo, moderazione e gioia — ed esplora come il suo groove continui a influenzare il nostro modo di ascoltare la musica ancora oggi.

Di Rafi Mercer

Di tanto in tanto mi ritrovo a chiedermi che fine abbia fatto il funk. Non la parola — quella è stata presa in prestito fino all’esaurimento — ma la sensazione vera e propria: quel battito basso e potente che riusciva a far muovere la folla prima ancora che se ne rendesse conto. È strano come qualcosa che un tempo definiva il movimento stesso ora viva per lo più nei campionamenti, esposto come in un museo all’interno del pop e dell’hip-hop, con il suo DNA disperso ma il suo nome intatto. Eppure, la vera essenza — quella fusione di ritmo, tensione e liberazione — sembra ancora uno dei linguaggi sonori più sofisticati mai inventati.

Il funk non era tanto un genere quanto un’equazione. Prendi la disciplina del jazz, l’anima del gospel, il ritmo dell’Africa e la tensione del rock — poi elimina tutto ciò che non ha groove. James Brown lo chiamava “the one”: il battito di base, l’ancora, il centro magnetico dell’universo. I Parliament-Funkadelic lo trasformarono in un viaggio spaziale. Gli Sly and the Family Stone lo trasformarono in unità. Prince lo trasformò in desiderio. Ogni interpretazione si basava sugli stessi principi fisici: una sezione ritmica così compatta da sembrare sciolta, un dialogo tra basso e rullante che dava la sensazione di una democrazia in movimento.

Capire il funk significa capire la moderazione. Ogni nota è un permesso; ogni silenzio, una scelta. Sono gli spazi tra i battiti a dargli respiro. I migliori dischi funk non vanno mai di fretta; si assestano. Ti lasciano stare nel “pocket” finché le tue spalle non lo trovano in modo naturale. È questa la differenza tra groove e ritmo. Il ritmo ti fa muovere. Il groove ti trattiene.

La tragedia — o forse l’ironia — è che proprio la raffinatezza del funk ne è diventata la maschera. È stato preso in prestito così ampiamente che la gente ha smesso di riconoscerlo. Negli anni ’90, i suoi frammenti erano stati assorbiti dall’hip-hop, dall’R&B e dalla musica elettronica. Il G-funk ne ha portato la sinuosità, i Daft Punk la brillantezza, D’Angelo l’anima. Il funk si è diffuso ovunque e, così facendo, è scomparso. Ma non è mai veramente morto. Si è semplicemente nascosto sotto la superficie, vibrando silenziosamente all’interno di tutto ciò che ancora ha swing.

Il funk, nella sua essenza, è sempre stato un fenomeno sociale. È nato in spazi dove le persone imparavano a muoversi all’unisono, a sincronizzarsi con la stessa corrente invisibile. Ecco perché penso che debba far parte del dibattito sulla cultura dell’ascolto. Perché il funk non è solo qualcosa su cui si balla: è qualcosa in cui ci si immerge con l’ascolto. Richiede attenzione ai dettagli: il modo in cui il basso si intreccia con il charleston, il dialogo tra gli ottoni e la chitarra ritmica, il gioco di domanda e risposta vocale che trasforma un groove in un momento di aggregazione.

E forse è proprio per questo che sembra che il mondo abbia di nuovo bisogno del funk. Non come revival, ma come promemoria. Il groove è sempre stato qualcosa di più di un semplice suono. Riguardava l’ordine sociale: l’idea che la diversità potesse coesistere grazie al ritmo, che l’armonia potesse esistere senza uniformità. Non era necessario essere d’accordo con la persona accanto a te, bastava solo trovare lo stesso ritmo. In un mondo diviso, questo sembra di nuovo radicale.

Il funk è stato anche una delle prime culture nate vere e proprie in studio. All’inizio degli anni Settanta, i produttori consideravano il mixer come uno strumento, sovrapponendo fiati, ritmo ed eco con cura quasi pittorica. Sly Stone registrava nel suo seminterrato, Bootsy Collins creava linee di basso che si comportavano come un’architettura elastica. Lo studio divenne un laboratorio funk, anni prima che esistesse il termine “sound design”. Se il jazz era lo studio della libertà, il funk era lo studio del controllo.

È proprio questo che trovo così affascinante oggi. Il funk si colloca al punto di incontro perfetto tra disciplina e gioia. Ci ricorda che il movimento richiede una forma e che il piacere più profondo deriva dalla precisione. In un’epoca culturale ossessionata dal volume e dalla velocità, il funk sembra l’esatto contrario: essenziale, paziente, ponderato. Non si può affrettare un groove. Bisogna guadagnarselo.

Nei bar dedicati all’ascolto, capita a volte di sentire un DJ inserire un brano di Curtis Mayfield o un groove dei Meters tra un disco ambient e uno jazz. Osservate la sala quando succede. Le teste si alzano, i piedi battono il tempo, le conversazioni si fanno più sommesse. Il funk cambia l’atmosfera. Ricorda alle persone cosa può fare il suono quando è abbastanza sicuro di sé da non dover urlare. È lo stesso principio che sta alla base di Tracks & Tales: l’ascolto è design e l’attenzione è piacere. Il funk incarna tutto questo. È un ritmo architettonico.

Credo che sia proprio per questo che risuona così profondamente nella nuova generazione di ascoltatori. È analogico per natura, umano per necessità. L’interazione tra i musicisti non si può simulare. Non è sequenziato; è sentito. E questo lo rende il ponte perfetto tra le piste da ballo di un tempo e le sale d’ascolto di oggi. Un genere nato per farci muovere, che ora ci insegna a rimanere immobili e ad apprezzare la geometria nascosta nel groove.

Quindi no: il funk non è mai scomparso. È solo diventato più raffinato. È passato alla clandestinità, nel cuore pulsante di tutto ciò al cui ritmo ci muoviamo ancora oggi. È lì, nelle linee di basso di Thundercat, nello swing di Anderson .Paak, nelle etichette giapponesi specializzate in riedizioni che, in silenzio, mantengono in vita i cataloghi. Il funk rimane ciò che è sempre stato: una prova di sensibilità, una misura di equilibrio, una lezione di moderazione.

Forse è proprio questo ciò di cui il mondo ha bisogno adesso: non più rumore, ma più groove. Non più proteste, ma più ritmo. Musica che non si limiti a reagire al mondo, ma che lo ricalibri.

Perché la verità è che il funk non è mai stato solo una questione di ballo. Riguardava la dignità del ritmo: la dimostrazione che l’armonia può esistere attraverso la diversità e che, a volte, la cosa più radicale che si possa fare è mantenere costante il ritmo.

Domande veloci

Il funk sta tornando di moda?
Non proprio: non se n’è mai andato. È ancora alla base di innumerevoli generi musicali, dall’hip-hop al neo-soul. Ciò che sta tornando è la nostra consapevolezza al riguardo.

Cosa caratterizza il vero funk?
La moderazione, il groove e il dialogo tra gli strumenti: una musica pensata per il movimento, ma plasmata dalla disciplina.

Dove posso approfondire l’argomento?
Leggi i saggi sul suono e sul ritmo su The Edit, esplora le città con profonde radici funk su City Pages o scopri album senza tempo su The Listening Shelf.


Rafi Mercer scrive degli spazi in cui la musica è protagonista.
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