Sto ascoltando: “Maiden Voyage” di Herbie Hancock
Proprio qui, proprio ora
Di Rafi Mercer
In questo momento sto ascoltando *Maiden Voyage* di Herbie Hancock. Il pianoforte ha appena dato il via al brano, gli ottoni si inseriscono dolcemente e già riesco a percepire quella lenta sospensione del tempo. È un disco che conosco bene, ma ogni volta che lo ascolto mi sembra che sia stato composto proprio in quel momento. L’immagine dell’oceano non è una metafora: è tangibile. La musica scorre e si muove come la marea. Si può quasi sentire l’aria salmastra nei piatti, la luce del sole nei cambi di accordi.
È uno di quegli album che richiedono silenzio. Non si può ascoltare di fretta, né si vorrebbe farlo. La tromba di Freddie Hubbard è come la linea dell’orizzonte, il basso di Ron Carter tiene ferma la chiglia, e la batteria di Tony Williams è l’acqua stessa: irrequieta, inarrestabile, viva. Il suo ritmo mi rimette in sesto e, in questo momento, mentre lo ascolto, riesco a percepire come riorganizzi l’aria nella stanza.
E poi la mia mente vaga, perché il jazz fa proprio questo. Da *Maiden Voyage * i miei pensieri volano direttamente ai Masters at Work e al loro progetto *Nuyorican Soul *. Un salto forse azzardato. Eppure non proprio. Louie Vega e Kenny Dope hanno portato lo stesso senso di rispetto per l’arte musicale, la stessa fiducia nell’improvvisazione, la stessa volontà di lasciare respirare il groove. Laddove Herbie dipingeva con pennellate modali, loro hanno sovrapposto percussioni, soul e house fino a creare un effetto quasi orchestrale. Entrambi i progetti condividono la convinzione che la musica debba essere un viaggio, non un prodotto.
È così che funziona l’ascolto quando gli si concede spazio. Si parte da Hancock nel 1965 e, all’improvviso, ci si ritrova a New York nel 1997 con Jocelyn Brown che canta “It’s Alright, I Feel It”. Il filo conduttore che li unisce non è il genere, ma lo spirito. È il modo in cui la musica ti permette di lasciarti trasportare in acque inaspettate.
Mentre scrivo, il disco sta ancora suonando. Il pianoforte di Herbie è appena tornato in primo piano, questa volta con un suono più leggero, come un bagliore sulla superficie. E sto sorridendo perché so che più tardi, stasera, probabilmente metterò su “Nuyorican Soul” e quel legame mi sembrerà inevitabile. Le menti jazzistiche fanno così. Vagano, collegano punti che non ti saresti mai aspettato, rendono il mondo più grande.
Ebbene sì, in questo momento sto ascoltando “Maiden Voyage” e mi sta trasportando più lontano di quanto pensassi di arrivare questo pomeriggio. È questo il dono del suono quando gli dedichi la tua attenzione. Non è solo musica. È una guida.
Rafi Mercer scrive degli spazi in cui la musica è protagonista. Per altre storie di Tracks & Tales,iscriviti qui oppure clicca qui per saperne di più.