Una cerimonia intima all’insegna del suono e dello spirito

Una cerimonia intima all’insegna del suono e dello spirito

Di Rafi Mercer

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Il Kissaten è uno dei bar musicali più suggestivi di Lisbona: scopri di più nella nostraguida ai locali musicali del Portogallo.

Nome del locale: The Kissaten
Indirizzo: Rua Camilo Castelo Branco 18 (Locke de Santa Joana), Lisbona, 1150-294
Sito web: The Kissaten
Instagram: @thekissaten
Telefono: disponibile sul sito web
Profilo Spotify: non applicabile

La prima impressione non è data affatto dal suono, ma dal silenzio. Le strade di Lisbona, sempre animate dal chiacchiericcio dei caffè, dal tintinnio dei tram e dal ritmo delle risate notturne, cominciano a svanire non appena si varca la soglia del Kissaten. Non sembra tanto di entrare in un bar quanto piuttosto di scendere in un chiostro, dove ogni elemento — dal peso della porta alla luce filtrata che si posa sul rovere e sul velluto — è studiato per regolare la postura, il respiro e la disponibilità all’ascolto.

All’interno, la sala è avvolta da una tenue luce ambrata. La luce scende in sottili fasci lungo le pareti rivestite di sughero, attenuando l’acustica e conferendo calore a ogni angolo. Panche rivestite di un intenso bordeaux si snodano lungo i bordi, creando nicchie intime dove coppie e ascoltatori solitari si immergono nell’architettura del suono. Questo non è un luogo dedicato allo spettacolo. È un luogo dedicato alla presenza.

L’impianto audio è un elemento architettonico al pari della sala stessa. I diffusori a tromba si ergono come sculture dietro al bancone, con le loro bocche in legno che sono al tempo stesso funzionali e cerimoniali. Non urlano; proiettano il suono con disinvoltura e grazia, diffondendo ogni dettaglio in tutta la sala senza mai scivolare nella asprezza. Il mixer, un’unità rotativa realizzata su misura con quella cura maniacale che solitamente si riserva agli strumenti musicali, brilla sotto una lampada a luce soffusa. Accanto ad esso, i giradischi vintage EMT — un tempo utilizzati nei sacri club underground londinesi — girano con una sorta di dignitosa pazienza. Non sono qui per una questione di novità, né per nostalgia, ma perché trasmettono un suono che sembra senza tempo.

Gli scaffali pieni di vinili rivestono le nicchie come una biblioteca di vite vissute. I dorsi dei dischi svelano mondi: una stampa di fado portoghese degli anni ’60, una riedizione jazz giapponese, un 12 pollici di techno di Detroit, un LP di bossa nova brasiliana sbiadito da decenni di utilizzo. Qui la musica non viene eseguita, ma invitata. Gli ascoltatori sono spesso attratti dal rituale di scegliere un disco, sollevare la copertina, sentire il peso del vinile stesso. Ogni gesto è deliberato: far scivolare il disco dalla sua copertina di carta, appoggiarlo sul piatto, abbassare il braccio. In un’epoca di streaming senza attrito, questa lentezza sembra radicale.

A questo si affianca, bottiglia per bottiglia, ciò che si trova dietro al bancone. Il Kissaten ospita la più grande collezione di whisky del Portogallo, con oltre un centinaio di etichette. Le varietà giapponesi occupano un posto d’onore: Yamazaki, Hakushu, Hibiki, Nikka — ogni bottiglia è un promemoria del fatto che il Kissaten è profondamente ispirato alla cultura giapponese dei “kissaten”, dove un tempo i caffè erano luoghi di scambio intellettuale e di tranquilla contemplazione. Accanto a loro si trovano i giganti dello Scotch provenienti da Islay e Speyside, ricchi di torba e storia, nonché i bourbon americani con note più dolci di caramello e quercia. Sorseggiare qui significa viaggiare, bicchiere alla mano, mentre il giradischi compie il suo personale viaggio.

L’abbinamento tra vinile e whisky non è solo un capriccio. È qualcosa di fondamentale. L’uno esalta l’altro. La trama di un assolo di Coltrane sembra più incisiva se accompagnata da un malto di Islay; il peso di una linea di basso dub appare più rotondo sotto l’influenza di una miscela giapponese più morbida. Il Kissaten non è un luogo dove si beve mentre, per caso, suona della musica. È un luogo in cui l’ascolto e la degustazione si fondono in un tutt’uno.

È fondamentale sottolineare che non esiste un regolamento imposto agli ospiti. Alcuni bar dedicati all’ascolto impongono una sorta di sacralità del silenzio. Al Kissaten, il rispetto non deriva dal divieto, ma dall’atmosfera. La conversazione va e viene, ma non domina mai. L’impianto audio si fa sentire senza aggressività, i dischi sono scelti con l’orecchio di un curatore, ma non con la mano di un dittatore. Sembra che sia la sala stessa a guidare il comportamento: le persone parlano a voce più bassa, si fermano a metà frase per ascoltare un passaggio di pianoforte, si appoggiano allo schienale con gli occhi chiusi quando un disco entra nel vivo.

L’architettura dell’ascolto in questo spazio è discreta ma potente. Le pareti rivestite di sughero assorbono la risonanza in eccesso, permettendo alla musica di dispiegarsi senza distorsioni. Le travi in legno incorniciano il soffitto, e la loro texture ruvida cattura e disperde le frequenze più alte. I tavoli sono disposti a distanza generosa, creando angoli di intimità pur consentendo il diffondersi di un’atmosfera collettiva. È un progetto pensato non solo per le orecchie, ma anche per il corpo: una sala che modella il modo in cui la si vive.

In un angolo, un registratore a nastro Revox attende pazientemente, con le bobine che brillano come gli occhi di un osservatore silenzioso. Accanto ad esso si trova un carosello per CD Sony, a ricordarci che la fedeltà assume molte forme e che la purezza del suono non è legata a un’unica epoca. Il percorso del segnale è ottimizzato per la chiarezza, non per una perfezione feticizzata: un DAC Audeze garantisce che l’ingresso digitale risuoni con calore, mentre il mixer rotativo offre anche alla stampa più modesta la possibilità di risplendere. Questo non è un santuario dedicato alle apparecchiature, ma all’atto stesso dell’ascolto.

In alcune serate, le degustazioni si trasformano in vere e proprie performance. Un distillatore in visita si posiziona al bancone, versando mezze dosi mentre gira un disco: Miles Davis con un single malt delle Highlands, Aretha Franklin con un bourbon del Kentucky. Il rituale è teatrale ma mai ostentato; è una coreografia di sapori e suoni che lascia un’impressione più profonda di quella che ciascuno dei due elementi potrebbe suscitare da solo.

Altre sere sono ancora più tranquille. Un unico disco suona senza interruzioni su entrambi i lati, mentre piccoli gruppi indugiano immersi nei propri pensieri. Una coppia in fondo alla sala è rannicchiata l’una contro l’altra, con gli occhi chiusi e le mani strette attorno a bicchieri che riflettono la luce soffusa. Un ospite solitario scarabocchia su un taccuino, fermandosi di tanto in tanto per inclinare la testa, come per seguire una nota del sassofono più in profondità nel suo fraseggio. Qui, l’ascolto non è un’attività che si aggiunge a una serata fuori: è la serata stessa.

Anche il Kissaten gioca con il tempo. Entrarci significa muoversi a un ritmo diverso. I dischi girano al loro ritmo, il whisky si sprigiona nel corso di minuti, non di secondi. Più a lungo ci si ferma, più il mondo esterno si allontana. Lisbona è ancora lì — i campanelli dei tram, la brezza marina, le chiacchiere che si riversano dalle pastelarias — ma qui quei suoni sono lontani, attenuati, quasi come un ricordo. Il Kissaten li sostituisce con un proprio vocabolario: il crepitio del vinile, il leggero tintinnio del ghiaccio, il flebile tonfo della puntina che si posa sulla cera.

E quando te ne vai, i suoni della città ti sembrano più nitidi. I lampioni appaiono più luminosi, l’aria notturna più fresca, il ritmo dei tuoi passi più definito. È questa la geometria dell’ascolto che il Kissaten ti insegna: cogliere il suono, assaporarlo, riportarlo nel mondo.

È raro, in qualsiasi città, trovare uno spazio in cui architettura, acustica e cultura si fondano in modo così perfetto. Il Kissaten raggiunge questo risultato non con effetti spettacolari, ma con la sobrietà. È un locale che chiede solo la tua presenza e, in cambio, trasforma il modo in cui ascolti.


Rafi Mercer scrive degli spazi in cui la musica è protagonista. Per altre storie di Tracks & Tales, iscriviti qui, oppure clicca qui per saperne di più.

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