Dietro la porta di Howard Street: il mondo sussurrato di *In Sheep’s Clothing*
Di Rafi Mercer
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Nome della sede: In Sheep’s Clothing
Indirizzo: 20 Howard Street, New York, NY 10013, Stati Uniti
Sito web: insheepsclothinghifi.com
Telefono: Non pubblicato
Ci sono luoghi che si fanno notare. In Sheep’s Clothing non è tra questi. Se non sai dove guardare, Howard Street ti farà passare proprio davanti senza che te ne accorga: solo un altro tratto di mattoni consumati e porte discrete nel quartiere di SoHo. Ma se trovi la porta, entri e lasci che il rumore della città si chiuda alle tue spalle, scoprirai una stanza dove persino l’aria sembra essere in sintonia.

La prima cosa che si nota è la quiete. Non proprio il silenzio — si sente il leggero fruscio dei dischi che vengono estratti dagli scaffali, il delicato tintinnio dei bicchieri, forse una conversazione a bassa voce vicino al bancone — ma è quel tipo di quiete che ti fa prendere coscienza del tuo stesso respiro. La seconda cosa è la luce: calda, ambrata, abbastanza soffusa da sfocare i contorni della stanza. Poi arriva il suono, e tutto il resto svanisce.
La sala d’ascolto qui non è molto grande. Qualche tavolo, un lungo bancone e l’altare principale: l’impianto hi-fi. Non si tratta solo di apparecchiature, ma di un insieme di intenzioni. Monitor JBL d’epoca, amplificatori a valvole, giradischi montati su piattaforme isolanti, cavi scelti per il loro specifico carattere sonoro. La musica è non compressa, analogica, senza fretta. Un brano viene riprodotto per tutta la sua durata, sfuma naturalmente e solo allora inizia la selezione successiva.
Qui vige una regola: niente telefoni, niente computer portatili durante le sessioni di ascolto. Non è una trovata pubblicitaria. È una misura di sicurezza, un modo per mantenere l’attenzione nella sala. Il risultato è tangibile: le persone ascoltano. Annuiscano leggermente con la testa, si dondolano dolcemente, ma nessuno è distratto, intento a scorrere un altro mondo. Se sei qui, sei qui.
Il bar rispecchia la sobrietà e l’intensità della musica. I whisky — giapponesi e non solo — occupano un posto di rilievo, affiancati da una breve lista di cocktail in cui il distillato è protagonista, pensati per essere sorseggiati lentamente. Un gin martini aromatizzato allo shiso viene servito in una coppa ghiacciata, con la condensa che forma delle goccioline mentre un trio di pianoforte si esibisce dagli altoparlanti. L’abbinamento sembra studiato apposta.
La collezione di dischi è vasta e specializzata. Una serata potrebbe essere dedicata al jazz post-bop, quella successiva a brani ambient minimalisti, quella dopo ancora a un percorso curato attraverso la Tropicália brasiliana. I DJ — a volte residenti, a volte ospiti — non si limitano a riprodurre brani, ma costruiscono percorsi musicali. Si percepisce un senso narrativo, come se trasportassero il pubblico da un luogo all’altro senza spezzare l’incantesimo.
I posti a sedere sono disposti in modo da favorire la resa sonora. Non ci sono punti sfavorevoli, ma la sala presenta un punto centrale ideale in cui l’immagine stereo è perfetta: lì è possibile chiudere gli occhi e percepire il palcoscenico dispiegarsi in tre dimensioni. Anche lontano da quel punto, il suono rimane pieno ed equilibrato. Si tratta di quel tipo di acustica che non si nota finché non si esce dalla sala e ci si rende conto di quanto sia rara.
In Sheep’s Clothing attinge alla tradizione giapponese dei jazz-kissa, ma non ne è una replica. C’è meno di quella rigida riverenza e più di quella flessibilità tipica di New York. La sala può rimanere in completo silenzio durante una ballata di Bill Evans, per poi passare dolcemente a un leggero mormorio di conversazioni quando il DJ mette un brano dal groove più marcato. L’atmosfera rimane concentrata, ma respira.
Il nome calza a pennello. Dalla strada, non si direbbe mai quale ricchezza si celi all’interno. Non ha insegne, è sobrio, quasi invisibile. Ma basta varcare la soglia e tutto è lì: consistenza, tonalità, una feroce dedizione al suono.
A tarda sera, dopo una serie di brani di jazz cosmico, un DJ ha messo un pezzo che non riconoscevo: morbide armonie vocali su un ritmo lento e misurato. Era il tipo di canzone che non vorresti cercare su Shazam, anche se potessi. Meglio lasciarla un mistero, qualcosa che appartiene solo a questa sala, a questa notte. Il brano è finito e la sala ha tirato un sospiro di sollievo all’unisono.
Quando te ne vai, percepisci la città in modo diverso. Le strade sono più rumorose, la luce più cruda, ma porti con te l’impronta di quell’altro spazio. Rimane con te — non come una melodia che ti ronza in testa, ma come una sensazione, un calore, un promemoria del fatto che ascoltare è un atto che vale la pena proteggere.
Rafi Mercer scrive degli spazi in cui la musica è protagonista. Per altre storie della rubrica "Tracks & Tales", iscriviti, oppure clicca qui per saperne di più.