Il delicato artefice del groove
Di Rafi Mercer
Ray Mang è uno dei selezionatori musicali più influenti, pur in modo discreto, di Londra: scopri di più nella nostra guida ai locali musicali di Londra.
Nome del DJ: Ray Mang (Raj Gupta)
Sede: Londra, Regno Unito
Instagram: @ray.mang
Resident Advisor: Profilo RA
SoundCloud: Ray Mang
Spotify: Ray Mang
Ci sono DJ che inseguono il futuro a una velocità vertiginosa, sempre alla ricerca del brano successivo, della tendenza del momento, del prossimo fugace momento di clamore. E poi ci sono DJ come Ray Mang — selezionatori che portano con sé intere storie nelle loro borse dei dischi, che trattano la musica non come un prodotto usa e getta, ma come una cultura viva e pulsante. Mang, al secolo Raj Gupta e cresciuto nel calderone sonoro infinitamente eclettico di Londra, è da tempo una di quelle figure che si potrebbero definire i gentili architetti del groove. Un uomo meno interessato allo spettacolo e più ai cambiamenti sottili, il suo lavoro consiste nel tessere un filone di ritmi disco, house e balearici in un continuum senza tempo.
Tutto ha inizio, come tutte le storie di passione per il vinile, con un’ossessione che all’inizio sembrava innocua. Mang trascorse la sua giovinezza frequentando i negozi di dischi di Londra, in un’epoca in cui gli scaffali erano pieni zeppi di importazioni da New York, Chicago, Lagos e Rio. Gli anni ’90 erano un terreno fertile per un certo tipo di DJ-produttore londinese: etichette come Nuphonic e Output Records stavano aprendo nuove vette nell’house e nella disco, e nei seminterrati di Soho si respirava la sensazione che bastasse stampare un 12 pollici una settimana per vederlo circolare in tutto il mondo quella successiva. Gupta ha cavalcato quell’onda con la precisione di chi capiva che la produzione è anche curatela. I suoi primi brani, contrassegnati dall’etichetta Mangled da lui fondata nel 1998, erano caldi, ricchi di percussioni e traboccanti di grinta nelle frequenze basse. Avevano una profondità che li distingueva: non era solo musica per la pista, ma musica che capiva la pista — come respirava, di quale sfogo aveva bisogno, come poteva essere allungata e indotta all’euforia.
Nel panorama della musica dance londinese, Ray Mang è sempre stato una sorta di tessuto connettivo: una figura che ha ricollegato l’house alle sue radici disco, che sapeva inserire il rare groove in un set senza farlo sembrare nostalgico, capace di far coesistere un brano brasiliano con una produzione DFA dando un senso all’insieme. Potresti trovarti in un locale ad ascoltare uno dei suoi remix senza riuscire a capire se il disco abbia 40 anni o sia stato appena stampato quel mese stesso. È questa la geniale discrezione di Mang: cancella la linea temporale, rendendo la musica senza tempo.
C’è una certa umiltà nel suo modo di lavorare. Nonostante tutte le sue credenziali — remix per artisti del calibro di Roxy Music, Gorillaz e persino Lady Miss Kier, pubblicazioni su etichette di grande prestigio come DFA ed Eskimo — non coltiva l’immagine del DJ celebrità. Al contrario, Mang si comporta come un artigiano, qualcuno più interessato a limare il groove fino a farlo brillare alla perfezione. I suoi set riflettono questa filosofia. Non sono esplosioni pirotecniche, ma percorsi accuratamente tracciati in cui l’architettura del suono può rivelarsi lentamente. Ti lasci trasportare. Ti affidi al viaggio. Lui sa come far respirare una linea di basso, come rendere ipnotico un loop di percussioni senza che diventi mai stucchevole, come scegliere il momento giusto per far entrare una voce e cambiare completamente l’atmosfera.
Negli ultimi anni, Londra ha assistito a una rinascita dei bar dedicati all’ascolto e della scena audiofila — Spiritland, Brilliant Corners e innumerevoli altre realtà minori. Mang si trova perfettamente a suo agio in quegli spazi. Il suo stile è improntato all’attenzione: legge l’atmosfera della sala non osservando le braccia alzate, ma percependo i cambiamenti sottili, i cenni di approvazione quando il groove colpisce nel segno. Questa è musica intesa come dialogo, non come imposizione. E quando lo si ascolta in quel contesto, si capisce perché la sua reputazione sia rimasta intatta. Non travolge il pubblico, ma dialoga con esso.
C’è poi la questione della Mang Dynasty — il suo progetto con Bill Brewster, un altro custode del patrimonio disco londinese. Insieme, incarnano uno spirito di ricerca giocosa, riportando alla luce dischi con storie che attraversano i continenti, per poi ricontestualizzarli per un pubblico nuovo. Si tratta di conservazione, sì, ma anche di rinnovamento. Un edit di Ray Mang non consiste nel lucidare il passato per renderlo alla moda. Si tratta piuttosto di lasciare respirare lo spirito dell’originale, rispettandone i difetti, la consistenza, l’umanità. In un’era di produzioni digitali patinate, questo tipo di cura si distingue.
I festival di tutto il mondo hanno colto questa tendenza. Dal Love International in Croazia ai tramonti delle Baleari del Mareh in Brasile, Mang è diventato un punto fermo nei cartelloni internazionali che privilegiano la profondità rispetto alla grandiosità. C’è qualcosa di evocativo nel vederlo all’opera in quei contesti: l’aria di mare, il caldo crepuscolo, la sensazione di non stare semplicemente ballando, ma di partecipare a un rituale di memoria condivisa. La sua musica sembra fatta su misura per quell’atmosfera: ampia, generosa, senza fretta.
Ciò che lo rende coerente è il fatto che non ha mai avuto fretta di reinventarsi. Questa è forse la testimonianza più forte della sua maestria artistica: in un mondo dipendente dalla novità, Ray Mang ha mantenuto salda la sua rotta. Suona disco, house, boogie, Balearic, eppure ogni volta sembra sempre qualcosa di nuovo. Perché per lui non è una questione di genere, ma di sensazione. Ecco perché i suoi dischi continuano a spuntare nei set di DJ più giovani che non erano nemmeno nati quando Mang ha inciso il suo primo vinile. Riconoscono che c’è qualcosa di intramontabile nel suo tocco.
Scrivere di lui significa riconoscere ciò che rende speciale Londra: i suoi curatori, i suoi artefici del suono, i suoi custodi dell’atmosfera. Ray Mang si colloca saldamente in questa tradizione, pur continuando a portarla avanti. È il DJ dei DJ, certo — rispettato, imitato e ammirato — ma è anche un dono per quel pubblico che cerca nella musica un momento di rigenerazione piuttosto che di esaurimento. Il suo percorso non consiste nell’inseguire le mode, ma nell’approfondire la propria arte. Ed è proprio in questa costanza che risiede la sua genialità: una tranquilla certezza che questa storia sia ancora in fase di scrittura, un groove senza tempo alla volta.
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